Collinas FRAMMENTI DI STORIA

Quando il calcio giocato era una vera passione

Collinas. L'attuale campo sportivo
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Eravamo agli inizi degli anni ’60 e Collinas non aveva un vero campo di calcio, dove i ragazzi, giovani e meno giovani, potessero dar sfogo alla loro innata passione maturata, in assenza di televisione, in virtù delle accorate radiocronache di Nicolò Carosio, trasmesse a singhiozzo sulle stazioni radio a onde medie, fra scricchiolii e interruzioni varie.

La passione per il calcio giocato, per intenderci quella che consentiva di contrapporre due quadre di undici elementi ciascuna, poteva essere esercitata unicamente nel periodo estivo, utilizzando campi di gioco improvvisati, quali aree agricole liberate dalla coltura annuale praticata in precedenza (in genere fava), con giacitura più o meno pianeggiante ma di dimensioni per nulla regolamentari. Su tali aree non veniva eseguito alcun tracciamento, con linee laterali, di porta, di fondo campo e di rigore del tutto immaginare, ma rispettate perché legate al buon senso e all’onestà degli atleti anche in assenza di arbitro. Le due porte erano in genere indicate con due mucchietti di pietre. Solo in casi eccezionali venivano conficcati al terreno dei pali spesso deformi, uniti fra loro da una fune che costituiva quella che avrebbe dovuto essere la traversa, tenuta in tensione grazie all’ancoraggio eseguito lateralmente su massi di adeguate dimensioni.

Su tali strutture si dava giornalmente sfogo alla grande passione fino all’imbrunire, come a voler ricuperare in pochi mesi ciò che altrove era consentito nell’arco dell’intero dell’anno. È abbastanza curioso ricordare, non senza emozione, che giovani e meno giovani, rientrando dalla campagna dopo una giornata d’intenso lavoro, abbandonavano la classica bisaccia e gli arnesi da lavoro, per dare quattro calci al pallone!

Già, il pallone, attrezzo che ora è monitorato costantemente per mantenere inalterate le caratteristiche, ma che a quei era solo una sfera pesantissima, spesso deforme, realizzata con elementi di gomma telata che a colpirla di testa provocava capogiri e disorientamento generale. All’interno della sfera era contenuta la classica camera d’aria, appesantita anch’essa da una miriade di pezze poste in conseguenza delle innumerevoli forature. A completare l’attrezzo, non poteva mancare la classica striscia di cuoio utilizzata per la chiusura della sfera, ogni qualvolta si rendeva necessaria la gonfiatura del pallone! E’ facile immaginare le conseguenze prodotte dal suo impatto con la fronte!

La passione era comunque tanta da passare al disopra di tali inconvenienti.

Si deve al Parroco di quei tempi, Don Antonio Tuveri, se a Collinas s’incominciò a porre la prima pietra, si fa per dire, per la realizzazione di un vero campo di calcio. Detto prelato iniziò col realizzare una permuta fra un terreno appartenuto alla Confraternita della Madonna del Rosario e un altro facente parte del famoso “Legato Onnis-Usai”, ubicato nell’immediata periferia del paese.

Collinas. I lavori di spianamento del terreno per la costruzione del campo sporrtivo

Si trattava di un terreno che, al di la della favorevole ubicazione e della ipotesi di una costante disponibilità lungo tutto l’arco dell’anno, non presentava dimensioni adeguate e non era per niente pianeggiante. Si deve all’entusiasmo degli appassionati e al loro ragguardevole sacrificio se quell’area con giacitura prevalentemente collinare, nonostante gli imprevisti incontrati, acquisì in breve tempo una giacitura pressoché pianeggiante. L’imprevisto più oneroso durante i lavori di spianamento, fu quello di aver incontrato uno spesso filone di roccia compatta, tale da dover richiedere l’impiego delle mine. Non disponendo di mezzi meccanici adeguati, si chiese l’aiuto del Commendator Ricetto, imprenditore che a quei tempi fruttava la cava di pietrame basaltico, ubicata alla periferia del paese, con l’impiego di molto personale locale. Il Comm. Ricetto, contrariamente alle previsioni, accolse favorevolmente la richiesta mettendo a disposizione alcune centinaia di metri di rotaie e alcuni carrelli, onde agevolare la distribuzione del materiale di risulta in un terreno limitrofo, sempre acquisito dal predetto Parroco, ancora tramite permuta con un terreno appartenuto alla Cappella della Confraternita del Rosario; offrì anche l’eventuale disponibilità di personale qualificato nel caso si fosse reso necessario l’uso delle mine. Grazie al grande sacrificio dei giovani e alla magnanimità del Comm. Ricetto, in tempi abbastanza ristretti si riuscì a spianare il terreno che, benché ancora inadeguato in termini di lunghezza, era comunque una struttura sulla quale dar sfogo alla grande passione del calcio giocato. Ovviamente l’attività sportiva era pesantemente penalizzata dalla presenza di fitte siepi di fico d’india insistenti ai confini dei terreni limitrofi, che causavano ripetute forature al pallone, nonostante la coriacea struttura descritta in precedenza. Non avendo palloni di ricambio (già uno era un lusso), le competizioni erano soggette a frequenti interruzioni, per dare modo agli addetti di rattoppare i fori causati dall’impatto con la siepe. Spesso, oltre al pallone, finiva sulla siepe anche qualche giocatore!

Solo in tempi successivi ci fu l’intervento dell’Amministrazione comunale che consentì il completamento dell’impianto, nel pieno rispetto delle norme vigenti.

La disponibilità di un impianto adeguato fu salutata dai più con grande entusiasmo, che portò in tempi brevi all’allestimento di una squadra locale in grado di partecipare a tornei zonali, almeno per il soddisfacimento della naturale aspirazione di competitività. Si cominciò con i giovanissimi, partecipando a tornei giovanili organizzati dal CSI, per poi proseguire con gli adulti, prima attraverso la partecipazione a tornei amatoriali zonali e successivamente mediante l’iscrizione ai campionati di terza e seconda categoria, organizzati dalla FIGC.

Col passaggio dal sistema amatoriale improvvisato a quello dilettantistico, si registrava un progressivo calo della passione per la pratica di tale sport da parte dei giovani locali, forse delusi dai risultati determinati dalla agguerrita competitività incontrata nel corso dei campionati, per la palese inferiorità rispetto alle compagini più esperte, forse anche perché consapevoli del fatto che svolgere l’attività a quei livelli e assicurare un minimo di competitività, comportava doti e sacrifici particolari, che in molti non erano in grado di assicurare con la dovuta costanza.

Il rispetto del principio attribuito a Pierre de Coubertin, secondo il quale la cosa più importante non è vincere ma partecipare, evidentemente non bastava più. Si cominciò, così, a far ricorso a giocatori non residenti calcisticamente più dotati, in grado di assicurare maggiori prestazioni e conseguimento di risultati più soddisfacenti. Ciò portò inevitabilmente alla lievitazione dei costi di gestione della Società sportiva, che passarono da un semplice rimborso delle spese di viaggio alla erogazione di qualche incentivo in favore dei così definiti <<campioni>>, creando conseguentemente sperequazione e malumori fra i giocatori residenti. Il passare da una gestione prettamente dilettantistica a un’altra pseudo professionistica, fece scemare progressivamente la passione per il calcio giocato, al punto che oggi, pur disponendo di strutture adeguate, che assumono la classica veste di “Cattedrale nel deserto”, i ragazzi riprendono a dare quattro calci al pallone nelle piazze e nelle periferie del paese, senza controllo alcuno, mentre i pochissimi nostalgici con la passione per il calcio giocato, danno sfogo alla loro innata passione, partecipando a tornei di calcio a cinque giocati all’interno della palestra comunale, anche questa destinata a essere eletta col tempo “cattedrale nel deserto”.

È pur vero che la strada contribuisce a forgiare l’individuo rendendolo più idoneo ad affrontare le avversità della vita, ma è altrettanto vero che, molto spesso, può portare nelle direzioni tristemente sbagliate.

Perciò, cari genitori, è meglio che i vostri figli scarichino la loro prestanza giovanile giocando al calcio nelle piazze o nelle strade periferiche del paese, del tutto incontrollati, spesso fra parolacce di ogni cenere,  se non  addirittura bestemmie, o invece sarebbe più opportuno che lo facessero all’interno di una struttura specifica, seguiti da adulti responsabili, capaci di intervenire in ogni circostanza?

Vi siete mai chiesti cosa spingesse i dirigenti delle Società sportive locali negli anni in cui il calcio giocato costituiva una vera e propria passione, dedicando a ciò tempo e denaro, se non il dovere di aiutare i ragazzi a crescere nel migliore dei modi e non solo dal punto di vista sportivo?

Se lo farete, vi renderete conto che nulla piove dall’alto e che gli artefici dei cambiamenti auspicati non potete che essere voi. Non cercate di delegare ad altri ciò che è un vostro preciso dovere!

Francesco Diana

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