EMOTIVAMENTE

Regolare le emozioni

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della dott.ssa Alice Bandino*
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Dopo lo scorso articolo sulla violenza di genere, abbiamo ricevuto diversi messaggi di testimonianze di persone che si sono riviste in una qualche forma di violenza elencate. Anche un uomo ha inviato un messaggio di solidarietà verso la causa, raccontandoci con delicatezza parte della sua storia di dolore e  rinascita dopo quasi dieci anni di violenza psicologica, fisica ed economica subita da un compagno violento; la sua consapevolezza di avere un problema e la successiva guarigione, è avvenuta attraverso un lungo percorso psicologico che gli ha permesso di ritrovare se stesso, le sue passioni e di fare ciò ha imparato dallo psicologo: conoscere le sue emozioni, riconoscerle nelle loro sfaccettature per grado e intensità, a riconoscerle negli altri, ad accettare le avversità della vita con tolleranza e coraggio, senza abbattersi ad ogni ostacolo e soprattutto imparando a trovare soluzioni e non colpevoli ai problemi che la vita ci presenta, spesso inaspettatamente.

Una volta apprese tutte queste competenze socio-emotive (è infatti la nostra intelligenza socio emotiva che ci guida nelle relazioni interpersonali quotidiane), avremo la capacità di autoregolare le nostre emozioni attraverso l’utilizzo di strategie che ci permettano di evitare picchi troppo altri o troppo bassi nei nostri vissuti emotivi, mantenendo un livello energetico di base medio, neutro, e non altalenanti“troppo felice…troppo triste…troppo arrabbiato…troppo poco felice…”.

Una delle caratteristiche di chi utilizza comportamenti, linguaggio e pensieri violenti verso cose e/o persone, è la totale incapacità di gestire le proprie emozioni in rapporto alle emozioni e alla libertà di chi li circonda: gestire la vita degli altri componenti della famiglia, scandendone orari e limiti, frequentazioni, scelte scolastiche, lavorative e nella gestione del tempo libero, giudicare abbigliamento, carattere, lavoro, amicizie e stile di vita dell’altro per denigrare, offendere e assoggettare sottende un’incapacità di essere empatico e comprendere il dolore provocato con la violenza o ancora peggio essere consapevoli del dolore procurato ma proseguire con crudeltà a perpetrarlo.

Nei casi di violenza reiterata e continuativa nel tempo, per essere così crudeli probabilmente i violenti hanno vissuto loro per primi la violenza in passato, ma questa non può essere una giustificazione, deve essere semmai una strada verso cui indirizzare parte delle risorse umane, politiche ed economiche volte alla prevenzione della violenza. Quando interveniamo nei casi di violenza domestica, prendiamo in carico tutto il nucleo, perché sappiamo che la violenza assistita è nociva esattamente come quella diretta; dietro a un bambino che piange nel suo letto per le urla degli adulti, vi sono adulti inconsapevoli del dolore inferto ai figli, incapaci di gestire la propria rabbia, le proprie urla, offese, accuse; parole che diventano gesti e mani che diventano armi; dipendenze (da alcool, da sostanze, ludopatie, affettive ecc.) che diventano balsamo per la loro autostima, ma carburante per aumentare la violenza sugli altri. Capire il dolore del minore e intervenire su di lui magari durante lo sportello psicologico a scuola o in altre situazioni di incontro, può lenire questo dolore, ma quando tornerà a casa la situazione sarà sempre la stessa se nessuno interviene sul resto del nucleo. Dire a degli adulti che ammettono di non saper gestire le loro emozioni “Se voi imparate a gestire le vostre emozioni, le accettate, definite punti di incontro e limiti, vi fate aiutare, ne parlate cercando incontri e non scontri”, può a volte attivare in loro dei meccanismi di difesa che li mette sulla difensiva, sopratutto se si sentono giudicati sul valore del loro ruolo genitoriale o come uomini/donne; per fortuna nella maggior parte dei casi, dopo una prima fase di sorpresa e accettazione, otteniamo la fiducia e la collaborazione di tutte le parti.

Eppure è cosi, non saper gestire le proprie emozioni contamina l’azione educativa: una madre o un padre, un docente, un allenatore, qualsiasi educatore incapaci di gestire vissuti eccessivi di  rabbia, invidia, astio, gioia, paura, tristezza, disgusto, riversando nei giudizi altrui questa incapacità con urla, giudizi, offese verso i più vulnerabili, annienta chi li subisce. Ma in fondo la violenza  annienta anche il violento, che dentro si sente morto, ma che se ri-educato alle emozioni può invece sperare in una seconda vita, può diventare un esempio di resilienza, di rinascita e di riscatto; l’idea di poter recuperare il tempo speso male coi figli, chiedere scusa per gli errori, recuperare rapporti divenuti violenti tra parenti, amici o all’interno di una coppia, imparare a gestire l’astio con ex- compagni/e coi quali si hanno (o no) dei figli, non è fantascienza ed è possibile, è la condizione necessaria per far sentire i figli persone amate; i figli che vedono questi sforzi “di amore”, che vedono collaborare attivamente i loro genitori, vederli rispettarsi, ridere o piangere serenamente anche se non  più  coppia, diventeranno adulti più consapevoli, tolleranti, mentalmente aperti, capaci di regolare le proprie emozioni verso il bene, verso le risoluzioni e non i conflitti; crescere in un ambiente litigioso e violento aggiunge alla vita uno stress ulteriore che si cercherà sempre di allontanare in altri modi; capita che un bambino non aiutato, che cerca disperato un po’ di conforto dalle urla degli adulti abbracciando il suo morbido orsacchiotto, se non supportato per tempo cercherà, da adulto, nelle dipendenze (da sostanze o persone) il suo conforto,  e nella violenza l’apice dei suoi fallimenti; chi viene educato alle emozioni con le emozioni, non vive sopra una nuvola di gioia perenne, ma vive con mente e cuore sempre aperti per affrontare la propria vita non con egoismo, ma captando le emozioni altrui e regolando le proprie in base anche a quelle di chi lo circonda.

*psicologa
Centro per la Famiglia_Trexenta
Te. 347 1814992

 

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