Attualità

“Route 377”: Paolo Massenti in sella alla sua bici pianta un albero in ogni Comune sardo

Paolo Massenti con il sindaco di Sanluri Alberto Urpi
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di Fabiola Corona
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Si è conclusa l’ultima fatica del ciclista Paolo Massenti, 41 anni, che quest’estate ha raggiunto tutti i 377 Comuni dell’isola in sella alla sua bici, piantando in ognuno di questi un piccolo albero.

4.100 chilometri e 56.000 mila metri di dislivello positivo: questi i numeri dell’impresa ciclistica. Partito il 20 agosto dal Municipio di Cagliari, è tornato al traguardo il 5 settembre, dove ad attenderlo vi era una folla di amici e sportivi e il Sindaco Paolo Truzzu. Sedici giorni di pedalate hanno portato Paolo Massenti in tutti i Comuni dell’isola, compreso l’imbarco per la Maddalena e Carloforte.

Quali sono le sue impressioni alla fine di quest’impresa?
«Partirei dicendo che è stata una bellissima esperienza. Credo che sia un po’ il sogno di tutti quello di poter girare e ammirare la Sardegna. Se la visiti in un anno vedi certe cose, se la visiti in soli sedici giorni in sella a una bici ne vedi altre. Io attraverso questa esperienza credo di aver vissuto diversamente i paesaggi e le persone, nel senso che le ho vissute in modo unico. Un’esperienza travolgente: rientrare a casa e sentire le signore di ottanta o novant’anni che ti ringraziano perché grazie a foto e video sei riuscito a farle vedere gli angoli della Sardegna che non hanno mai potuto vedere, ti riempie il cuore di gioia. E proprio rendere la Sardegna protagonista era lo scopo di questo progetto perché uno degli intenti principali era quello di creare un anello ciclabile, fruibile da sardi e turisti, affinché chiunque voglia possa partire da un determinato Comune e tornare in quel Comune. Volevo lasciare una traccia che potesse poi essere seguita, non necessariamente in bicicletta ma individuare un percorso percorribile anche con moto e camper. Ho studiato per tanto tempo per capire in quali strade era possibile farlo».

Non solo sport, dietro questo progetto c’è anche un importante messaggio ambientale. Di cosa si tratta?
«Sì, abbiamo collegato questa impresa ciclistica a una ambientale: abbiamo piantato un albero in ogni Comune lasciando una testimonianza che possa durare nel tempo e contemporaneamente abbiamo anche sparso dei semi di prato verde per rinverdire le zone più aride dell’isola, soprattutto le zone più colpite dagli incendi. La questione ambientale l’ho ritrovata anche nelle chiacchierate che spesso ho fatto con gli abitanti e i Sindaci dei vari Comuni, un argomento che mi ha accompagnato durante tutto il percorso. In tanti mi hanno raccontato le problematiche delle singole zone, tra queste la siccità del Flumendosa e gli effetti degli incendi su flora e fauna. Abbiamo parlato anche di idee, di possibili soluzioni ai problemi, di come prevenirli e di quello che già si sta facendo. Sono state due settimane in cui ho imparato tanto di quest’isola, ne esco arricchito, a queste chiacchierate si sono aggiunte anche le questioni sociali, lo spopolamento dei piccoli Comuni, le condizioni delle strade, la sicurezza stradale e la manutenzione, ma anche le condizioni delle vie di comunicazione».

C’è un episodio particolare di questa esperienza che l’ha colpita particolarmente?
«Mi torna in mente il mio arrivo a Norbello. Sono arrivato la sera e ai piedi della Chiesa ho incontrato il maestro campanaro che suonava le campane. In quel momento mi accompagnava un ciclista del posto, amico del campanaro. Dopo che ha finito di suonare ed è sceso giù a salutarci, gli abbiamo raccontato della mia impresa e lui è voluto risalire sul campanile insieme a me e per suonare nuovamente le campane fuori dall’orario consueto, una sinfonia in onore della mia tappa a Norbello».

Si tratta di sport estremo, quali sono le difficoltà di compiere un’impresa simile?
«Sicuramente il tempo, che non è stato clemente: ho pedalato tutti i giorni sotto il sole, anche di oltre 40°, un giorno poi sono stato per dieci ore sotto la pioggia. È stato poi molto dispendioso a livello fisico, ho pedalato per una media di 17-18 ore al giorno. Sono stati molto importanti Sebastiano Dessanay, che mi ha seguito con la macchina e mi consegnava il cibo e l’acqua e poi mia moglie Mariagrazia, mio fratello Angelo e mio padre Carlo che hanno dato il cambio a Sebastiano. Non sono diabetico, ma dato lo sforzo fisico, tenevo la glicemia sotto controllo tutti i giorni tramite un’app nel telefonino. Anche nel mangiare dovevo seguire un regime particolare, una dieta mediterranea ma con porzioni contenute per non affaticarmi troppo. Tra un pasto e l’altro però mi sono concesso anche qualche sfiziosità tutta sarda, in un tour della Sardegna non si poteva fare altrimenti».

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