Collinas STORIA LOCALE

“Sa Gava”: l’Eldorado dei collinesi agli inizi degli anni ‘50

La cava
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Chi, fra i meno giovani, non ha impresso nella propria mente la desolante immagine rappresentata da quei poveri operai che, appollaiati sui cumuli di pietrame depositati nelle aree di sosta delle strade statali e provinciali, muniti di mazza e martello frantumavano manualmente i massi fino a produrre ghiaia delle dimensioni idonee a essere distribuite lungo il tracciato stradale! Sembrano ricordi abbastanza remoti, eppure riguardano espressioni di vita comune non molto distanti dall’era in cui viviamo, caratterizzata da un’esasperata meccanizzazione che, sostituendo il lavoro dell’uomo negli adempimenti più onerosi, ha purtroppo determinato anche un’escalation della disoccupazione.

Bene, quasi a voler porre fine al triste scenario su descritto, il 15 febbraio del 1952 furono appaltati i lavori per la bitumazione della strada provinciale Sardara-Ales, dello sviluppo di km 22.

La Ditta appaltatrice, l’Impresa Costruzioni Bertoldi e C. con sede a Cagliari in Piazza Martiri n, 12, pensò bene di individuare in zona  un sito ideale capace di fornire il materiale necessario per la realizzazione dell’opera. Lo trovò proprio a Collinas, nell’immediata periferia del centro abitato, in località “Sa Truma”, antica “asinara” del villaggio di Forru.

Il percorso compiuto per l’acquisizione della disponibilità dell’area non fu fra i più semplici in quanto, a un primo accordo di massima raggiunto con i rispettivi proprietari dell’area per un giusto indennizzo, frutto della equilibrata intermediazione dell’Ing. Fausto Canessa, all’epoca collaboratore dell’Impresa, segui il mancato rispetto degli accordi da parte dell’Impresa Pertoldi che, attribuendo all’occupazione triennale una causa di “Pubblica Utilità”, tergiversava in continuazione allo scopo di ridurre al minimo gli indennizzi da erogare. Tanto è vero che, dopo una serie di ricorsi e di Diffide legali da parte dei proprietari, gli indennizzi furono liquidati solo allo scadere del triennio e dopo un’autorevole valutazione eseguita dal Genio Civile di Cagliari, Tutto ciò, nonostante l’Impresa avesse continuato a estrarre il materiale anche dopo il collaudo del manto di asfalto eseguito sulla Provinciale Sardara-Ales. Da una prima conclamata causa di pubblica utilità, si passò quindi a una forma di sfruttamento a fini di lucro, che continuò anche quando all’Impresa Bertoldi succedette quella che faceva capo al Signor Guido Mario Ricetto, con sede a Cagliari in Via La Plaia n. 30 che, dopo aver acquistato le aree occupate mediante atto pubblico del 05.02.1958, continuò a operare ancora per diverso tempo, adeguando anche gli impianti del frantoio alle accresciute esigenze.

Fatta l’inevitabile premessa, appare giusto precisare che, nonostante tutto, l’apertura delle cave scatenò a Collinas e dintorni una sorta di “Eldorado”, non per accaparrarsi qualche pepita, ma per inseguire un posto di lavoro,  nel momento in cui la disoccupazione aveva raggiunto livelli altissimi, anche per via della contrazione dell’attività mineraria a Montevecchio e a Sardara-Monreale.

Scorcio della cava

Per descrivere meglio il lavoro che si svolgeva all’interno della cava, secondo quanto riportato da quei disperati che hanno comunque avuto la “fortuna” di operare alle dipendenze delle suddette Imprese, bisognerebbe far ricorso alle immagini che richiamano le famose miniere d’oro, con la variante che , al posto del metallo prezioso, si scavava solo basalto. Per assicurare massima economia nello sfruttamento della cava, non si operava a gradoni ma si andava sempre in profondità, evitando di eliminare lo strato di capellaccio inerte che avrebbe comportato costi aggiuntivi considerevoli. Si veniva così a creare una voragine sempre più profonda, sormontata da una parete a strapiombo che minacciava di crollare in qualunque momento. Il materiale veniva cavato grazie all’impiego delle mine, con i risultati che di seguito descriveremo. Le folate esplosive facevano cadere a valle enormi massi che gli operai, spesso sotto una spessa nube di polvere grigiastra, dovevano riportare manualmente alle dimensioni imposte dalle particolari “fauci” del frantoio. Caricate a mano su appositi contenitori ribaltabili operanti su rotaie, erano spinti manualmente dagli stessi operai fino all’imbocco del frantoio, costantemente in azione. Tutto ciò, sempre sotto il vigile controllo del capo cantiere, sempre pronto a sollecitare la sospensione di eventuali pause. L’unica pausa era consentita per i bisogni fisiologici e per soddisfare la sete, grazie ai servigi di un operaio all’uopo preposto: “l’acquaiolo”, il quale attingeva l’acqua dal vicino pozzo di “Sa Milza” e la distribuiva a richiesta fra gli operai al lavoro. Questo era un compito abbastanza ambito, che risultava assegnato a pochi privilegiati, comunque tributari di favori e regalie in favore dei responsabili del cantiere.

La fase più terrificante, anche se bene accetta dagli operai perché costituiva una opportunità di momentaneo riposo, era rappresentata dall’attivazione delle terrificanti folate esplosive, che costringeva le maestranze a ripararsi sotto lo spesso solaio in cemento armato, appositamente costruito per poter arrivare all’imbocco del frantoio. Il riparo perdurava anche dopo l’esplosione, per dare modo agli specialisti di verificare la completa esplosione delle cariche.

Dell’attivazione delle folate esplosive veniva preventivamente informato il paese attraverso bando pubblico, mentre negli attimi immediatamente precedenti alla esplosione un operaio, munito di una bandiera rossa e di una trombetta, si sistemava in un punto strategico per informare i passanti del pericolo imminente.

L’evento non era certamente ben accetto dagli abitanti del vicinato i quali, a causa della loro vicinanza dalla cava, vedevano spesso i tetti delle loro abitazioni bombardati da detriti di ogni dimensione e gli ambienti invasi da una spessa nube di polvere. Le persone provenienti dalla campagna, spesso ignare del pericolo, venivano spesso investite da una pioggia di detriti, fortunatamente senza conseguenze.

Questo “L’Eldorado” di Collinas degli anni ’50, che durò fino alla fine degli anni ’60, quando una sensazionale notizia pubblicata in prima pagina da un quotidiano regionale: <<Collinas ha il petrolio>>, fu accolta con moderato scetticismo, specie dalla popolazione locale! In realtà, il “petrolio”, altro non era che il condensato del sudore versato dai collinesi per far fronte alle esigenze delle proprie famiglie, in un periodo di particolare crisi che nessuno si augura possa mai più ripetersi. La voragine ancora oggi esistente, rappresenta uno squallido monumento …

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