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RUBRICA

“Sa Lua”, ovvero Euphorbia dendroides: se la conosci non la tocchi

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Francesco Diana
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“Sa Lua”, che gli anziani di Sardegna conoscono molto bene, è un piccolo arbusto a foglie caduche che può al massimo raggiungere i due metri d’altezza. Gli steli portano all’estremità dei ciuffetti di foglie lanceolate dal colore verde glauco, tendente al rossiccio.

L’inflorescenza è a ombrella con ghiandole giallastre e fiorisce, secondo il clima, tra novembre e aprile. Durante l’estate resiste anche a temperature molto alte, entrando in una sorta di riposo estivo con la completa perdita delle foglie per ridurre al minimo il consumo idrico, per poi riprendere la normale attività vegetativa durante la stagione fresca.

Tali caratteri fanno si che la pianta prosperi anche in ambienti litoranei abbastanza aridi, resistendo in prossimità del mare fino a 700 metri di quota. Èuna pianta propria della macchia mediterranea costiera che predilige i terreni di natura calcarea e che, prevalentemente nel periodo primaverile, forma una sorta di cuscini sferici di colore verde chiaro, che la secchezza e la calura dell’estate trasformano in una struttura scheletrica destinata a riprendersi con la fine del caldo.

I suoi rami, se strappati, secernono un lattice bianco irritante al contatto con la pelle, pericolosissimo se a contatto con gli occhi.

Proprio per questo alcune tesi sostengono che il nome “Euphorbia” deriverebbe dal latino “Euphorbium”, termine usato per indicare quelle piante che secernevano un succo bianco-latteo tossico e velenoso, usato nella medicina antica.

Tutte le euforbiacee, famiglia a fiore dicotiledone che comprende 227 generi e una miriade di specie, diffuse in tutti i continenti con caratteristiche che variano dal portamento arboreo a quello arbustivo o erbaceo, sono in genere velenose. Alcune specie sono dotate di spine, ma tutte secernono un’emulsione di aspetto lattiginoso e abbastanza velenoso.

Secondo quanto sostenuto da alcuni autori, il latte dell’Euphorbia era impropriamente usato da quanti, durante la seconda guerra mondiale, intendevano evitare l’arruolamento, strofinando gli occhi col latte dell’Euphorbia che, al dolore fortissimo associava una cecità totale ma provvisoria.

Agli effetti altamente tossici prodotti dal lattice di cui si è detto, si contrappone però una recente ricerca compiuta con successo dall’Università degli Studi di Cagliari, il cui esito ha portato alla scoperta di una proteina contenuta nel lattice, che sarebbe in grado di arginare notevolmente gli effetti dannosi prodotti dalla Leihsmaniosi.

In Sardegna “Sa Lua” veniva spesso utilizzata per agevolare la pesca negli specchi d’acqua interni, abbastanza ridotti. Il sistema adottato, noto come “alluai”, prevedeva che i rametti di “Euphorbia venissero sminuzzati e posti all’interno di un contenitore contenente dell’acqua tiepida, per essere poi ripetutamente pestati allo scopo di far uscire il lattice.

La poltiglia ottenuta in tal modo veniva versata sullo specchio d’acqua prescelto, procurando così quei valori di tossicità necessari per stordire i pesci ivi esistenti e facilitarne la cattura. Ovviamente la tossicità riguardava unicamente il pesato e non il successivo consumatore.

Tutto ciò premesso al fine di evitare che le giovani generazioni, specialmente quelle di provenienza cittadina e particolarmente attratti dalla campagna, commettano l’errore di confondere la suddetta specie con altre similari ma del tutto innocue.

 

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