STORIA DI CASA NOSTRA

Santu ‘Engiu ariseu e oi, da “sa musca macedda” al coronavirus

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di Lorenzo Argiolas

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Indubbiamente la pandemia del covid19 rimarrà nella storia, ancora è presto per dire quali effetti abbia sortito ma soprattutto per stabilire se il peggio è alle spalle. Anche San Gavino ha pagato il suo triste tributo, attualmente i quindici contagi e tre decessi hanno scosso tutta la sua comunità. Ma non è la prima volta che, nell’arco della storia, il centro ai piedi del Monreale viene colpito da un’epidemia.

Nel corso dei secoli diverse sono state le pandemie che hanno colpito la Sardegna. Ma quella che ha lasciato di più il segno è stata la peste tra il 1652 e il 1656, chiamata anche, in quegli anni di dominazione spagnola, “el Castigo de Dios”.  Secondo la tradizione popolare sarda la colpevole di questa emergenza sanitaria era “sa musca macedda”. La mosca macellaia era una figura leggendaria, veniva utilizzata sovente come immagine terrorizzante che nascondeva i tesori. Questa figura mitologica, che alcuni descrivono con la testa grande come quella di un bue, era descritta come portatrice di morte e veicolo di pericolosissime infezioni.

Ciò accadeva anche nella comunità sangavinese che, proprio nel 1652, fu colpita dal contagio in maniera devastante. All’epoca San Gavino era capoluogo della Baronia del Monreale, ricopriva un ruolo centrale e strategico in quanto era attraversato da “sa Bia Turresa” che metteva in comunicazione Cagliari, Oristano e Sassari, era inoltra uno dei venti centri più popolosi dell’isola. Ciononostante non godeva di una condizione ambientale molto favorevole, numerose erano le zone paludose e l’umidità si faceva sentire assai.  Più che “sa musca macedda”, nel giugno del 1652, fu un abitante sassarese in viaggio per Cagliari, mentre la pestilenza imperversava nel capo di sopra, che transitò a San Gavino a diffondere il contagio. Evidentemente si trattava di un caso “asintomatico”, ma bastarono poche ore, come ci riportano le fonti di allora. In poco più di quindici giorni si contarono centinaia di morti, alcuni riuscirono a fuggire dal villaggio portando il contagio in altri centri della zona. Ma non finì qui perché le ondate della pestilenza furono diverse e colpirono San Gavino a più riprese fino al 1656, si stima che in paese morirono complessivamente circa 2500 abitanti, quasi l’80% della popolazione. Fu necessaria quindi una ripopolazione del villaggio in cui, come attesta anche il canonico Porru nel suo manoscritto, erano rimaste in vita «sole tredici famiglie non intiere». Particolare importanza, in quel contesto assunse anche la, ormai dimenticata, chiesa di San Sebastiano che sorgeva a pochissimi metri dalla chiesa patronale di Santa Chiara. Venne edificata nel XVI secolo in quanto era uso, in tutti i centri della diocesi di Ales, intitolare una chiesa a Sebastiano protettore dalla peste. La chiesa, poi adibita nel 1777 a Monte Granatico, venne abbattuta per far spazio al nuovo palazzo comunale che campeggia attualmente nella Piazza Marconi e nella Via Trento.

Ma, oltre alle varie pestilenze e carestie che si sono succedute negli anni, ben più recente e degna di nota è anche l’epidemia conosciuta come l’influenza spagnola. Infatti, nel liber chronicus redatto dal canonico Tomasi dopo il 1920 si può trovare un passaggio in cui leggiamo: «Negli anni 1918, 1919, dopo il disastro della guerra fummo pure oppressi da una epidemia detta “La Spagnuola». Anche allora San Gavino venne colpito duramente, si parla di 161 morti nel 1918, 83 nel ’19. Un aneddoto curioso, e anche inquietante, è legato al fatto che il legname dello steccato che circondava la torre campanaria di allora, in equilibrio precario, venne utilizzato per realizzare le bare dei numerosi deceduti.

Furono questi avvenimenti che hanno influito pesantemente nella memoria collettiva sangavinese ma sono stati anche lo spunto per delle ripartenze che hanno dato sviluppo alla crescita sociale, demografica, economica e culturale del nostro paese. Può essere, magari, un augurio anche per il prossimo futuro.

Nelle foto: l’antica chiesa di San Sebastiano, il piccolo cimitero retrostante alla chiesa di San Gavino Martire.

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