Economia & Lavoro

Sardara, dalle tute da lavoro alla produzione di mascherine: la storia dell’imprenditrice Daniela Montisci di San Gavino

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di Gian Luigi Pittau

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«Ho una ditta che produce abbigliamento da lavoro soprattutto per le aziende alimentari, ma, dopo tante richieste di aiuto, ho deciso di riconvertire una parte della mia impresa nella produzione di mascherine». Così Daniela Montisci, 52 anni, da qualche tempo nella sua azienda, insieme alla ricamatrice Silvia Mameli, si è rimboccata le maniche e ha iniziato a realizzare quelle mascherine che ormai sono indispensabili negli ambienti di lavoro, soprattutto nel settore delle aziende del comparto alimentare e della piccola, media e grande distribuzione.
«L’idea – racconta l’imprenditrice che da qualche anno ha trasferito la sua azienda da San Gavino Monreale in un capannone della zona industriale di Sardara – è nata in seguito alla necessità presentata da alcune aziende mie clienti che avevano bisogno di mascherine. Così in questo periodo di emergenza ho riconvertito una parte della produzione per realizzare questi dispositivi di protezione. Ho preso un campione di una mascherina in tnt e, una volta fatto un modellino in carta, abbiamo fatto la prova e avviato la produzione di mascherine che sono prodotte nel tessuto che di solito utilizziamo per l’abbigliamento da lavoro in poliestere e cotone da 245 grammi di Oeko-tex. Un prodotto certificato come richiesto dalle aziende del settore alimentare perché il tessuto non deve essere nocivo né per l’ambiente né per il lavoratore».

MASCHERINE LAVABILI
Le richieste (molte anche da cittadini) arrivano da tutta la Sardegna e non solo per queste mascherine che sono lavabili: «Sono formate – sottolinea Daniela Montisci – da uno strato di tnt e un altro di tessuto che vengono cuciti insieme. Le mascherine si possono riutilizzare e sono lavabili a mano a una temperatura di 30 gradi con un normale sapone. Con l’emergenza e le nuove disposizioni ministeriali molte aziende hanno avuto difficoltà a trovare le mascherine che vanno usate in ogni ambito lavorativo e in ogni ambiente. Mi hanno contattato anche aziende di Olbia, ma anche un mio fornitore della provincia di Piacenza o genitori sardi che hanno i figli emigrati nella zona rossa di Bergamo e che non riescono a trovare mascherine. Cerco di rispondere a tutte queste richieste di aiuto soprattutto da parte dei clienti che devono tutelarsi da questo virus invisibile diventato un incubo. Ho avviato la produzione di mascherine bianche, blu con i colori della nazionale di calcio, ma anche della bandiera italiana e con il simbolo dei quattro mori».

GRINTA E DETERMINAZIONE

Silvia Mameli

Daniela Montisci inizia la propria giornata alle 6.15 del mattino e sta nel suo laboratorio fino alle 20.30, spesso manca anche il tempo per rientrare a casa e staccare un attimo per la pausa pranzo: «Con la produzione di mascherine i guadagni sono più limitati, ma sono  venuta incontro a questo che considero un servizio per la comunità ma spero di potermi concentrare sulla produzione di tute da lavoro, un settore nel quale oggi è molto forte la concorrenza della Cina, dell’Albania, dei paesi dell’Est Europa e della Tunisia. In Italia non possiamo competere con i costi di produzione di quei paesi, ma se ci fossero le condizioni per noi artigiani che paghiamo le tasse potremmo creare molti più posti di lavoro in Italia e in Sardegna in particolare».

MAI ARRENDERSI
Daniela Montisci è una delle tante donne del Medio Campidano che ha una grinta e una forte determinazione e si divide tra casa e lavoro: «Ho due figli di 20 e 25 anni e ho iniziato la mia avventura imprenditoriale 26 anni fa. Per una donna in Sardegna è più difficile fare impresa, ma nessuno mi ha mai impedito di lavorare e di affermarmi. Così, se è necessario, potrei anche aumentare la produzione giornaliera che è di circa 600-700 mascherine. In questo momento difficile, in cui molte aziende non possono lavorare, bisogna stringere i denti, avere fiducia e non arrendersi mai. Spero di rivedere presto le aziende per ordini relativi ad abbigliamento di lavoro e non mascherine». A quel punto l’emergenza sarà finita e il sorriso non sarà più coperto da questi dispositivi di protezione.

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