RUBRICA. PSICOLOGA

“Schiavi” delle emozioni

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Possiamo definire la “schiavitù”, come una condizione in cui qualcuno (metaforicamente noi), non ha possibilità di scelta decisionale sulle proprie azioni che vengono invece imposte in maniera coercitiva da qualcun altro (dalle emozioni nel nostro caso). E’infatti molto probabile che chiunque di noi dica almeno una volta nella vita ”…si lo so non va bene, ma che ci posso fare se sono fatto cosi”?, come se noi fossimo vittime delle nostre emozioni e non invece padroni. Tutte le emozioni possono essere gestite, basta trovare il canale giusto che ci permetta di raggiungere in maniera equilibrata i nostri obiettivi di benessere personale cui aspiriamo. Ciò naturalmente implica che ogni persona ha obiettivi personali, strategie di gestione differenti, modalità di affrontare gli ostacoli diversamente e soprattutto l’educazione familiare e i successivi rinforzi che nel corso della vita ci vengono dati dalle altre Istituzioni (scuola, sport e associazioni varie) determinano il nostro modo di vivere le emozioni e quindi di affrontare la vita.

Ma cosa succede quando un obiettivo comune, come ad esempio vivere un rapporto di coppia, presuppone anche l’incontro/scontro tra due educazioni emotive diverse? Succede magari che dopo il primo periodo idilliaco, nel quale ognuno da il meglio di sé e tende a sorvolare sui difetti dell’altro, inizino a sorgere dinamiche dove per il quieto vivere uno dei due subisce una sorta appunto di schiavitù emotiva dal partner; chi non sa gestire le proprie emozioni, troverà sicuramente chi si offrirà di gestirgli la vita.  Un bimbo abituato sin da piccolo a ottenere tutto ciò che vuole al minimo capriccio, probabilmente diventerà un adolescente molto competitivo che mal digerisce i no e se si prosegue con questa dinamica, di fargli ottenere tutto e subito senza limitii probabilmente anche da adulto avrà problemi a scendere a compromessi con le emozioni degli altri. Prendiamo spunto da recenti fatti di cronaca per vedere le conseguenze di queste educazioni emotive e socio emotive superficiali: un individuo che sta affrontando una separazione matrimoniale  con il partner e che pianifica di mettere fine ai problemi sterminando moglie e figlie non rappresenta certo (per fortuna), la risoluzione più diffusa tra tutte le coppie che decidono di interrompere una relazione, e ci si chiede perchè nonostante le campagne di prevenzione e sensibilizzazione sull’argomento, i numeri dei “femminicidi”non si siano ancora azzerati del tutto.

La formula “non capace di intendere e volere”, ha permesso di giustificare atti ignobili  compiuti da disagiati emotivi, che però nelle interviste post-stragi vengono descritti invece come all’apparenza “normali”: il classico bravo vicino di casa, la ragazza della porta accanto, l’assassino impensabile. Definire “pazzo”un assassino permette al resto della società di dormire sonni tranquilli, cullandosi dietro un “tanto a me non può succedere, io son sano e anche il mio partner”, infatti molti omicidi vengono compiuti mentre la vittima dorme e quasi tutti per opera di qualcuno che conoscevano. Nel fatto di cronaca di Latina, il carabiniere incarnava probabilmente il classico marito fedifrago in via di separazione e per niente pentito, ma portava una divisa, quindi “rispettabile”, protetto e compatito; le segnalazioni della moglie non erano state prese abbastanza sul serio, forse lei è stata giudicata “esagerata”, avvelenata per i tradimenti, un po’ colpevole per aver tentato di proteggere le figlie dal padre, limitandone gli incontri; il marito, come un bambino che fa capricci assurdi pur di ottenere qualcosa, aveva capito forse che non solo non avrebbe ottenuto il perdono della moglie, ma rischiava di perdere credibilità, soldi e rispetto personale e lavorativo e egoisticamente ha deciso di trascinarsi dietro tutto ciò che aveva perso. Copioni già visti e rivisti che non cambieranno finchè verranno giustificati dall’omertà dei più. Non siamo schiavi delle nostre emozioni; non tutti i mostri sono pazzi, attuano crudeltà tutti coloro che non conoscono l’empatia, che non si accorgono del male che fanno agli altri, nascondono il dolore, le paure, i fallimenti; chi ha paura di combattere le proprie paure diventerà schiavo della paura stessa.

Alice Bandino,

psicologa,

www.psygoalicebandino.it

 

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