La Sardegna nel Cuore

Scrittrici e poetesse sarde raccontano la centralità della donna sarda

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Un mucchio di associazioni (senza fini di lucro) nella città di Milano, che contribuiscono a rendere il tessuto culturale ricco di offerte le più disparate: la “Cives Universi” (nata nel 2007 su istanza dell’attuale presidente Alberto Frigerio, uno da dieci pagine di curriculum) ad esempio si propone di: “ dare rilievo al sapere unico e prezioso di ogni individuo che, rielaborando le emozioni percepite, produce costantemente cultura, mettendo il suo pensiero a disposizione degli altri, come un bene inestimabile di arricchimento e di riflessione collettiva”. Quello che dovrebbe fare ogni buon cronista insomma, loro comunque organizzano incontri collettivi e non solo, si va dai “I primi mesi di governance del Presidente Trump” (peccato ma me lo sono perso!) a “I cento anni di Camus” o “Marilyn, Marilyn & Marilyn” (ma anche “Grazia Deledda: tra Isola e Mondo, nel 2009). Mercoledì 13 giugno scorso, alla biblioteca di via Valvassori Peroni, con anche il contributo del Circolo culturale sardo, tema del dibattito era: “Scrittrici e poetesse sarde contemporanee”, le donne raccontate dalle donne, un viaggio nell’intimità di personaggi così legati al territorio, eppure così universali. A presiedere Maria Antonietta Macciocu,  scrittrice e poetessa, poi Mariangela Dui, scrittrice, e Pasqualina Deriu, poetessa e giornalista. In tempi di “me Too” imperante, anche quando il nostro più importante premio letterario: lo Strega, vede tre donne su cinque finalisti sembra che il mondo raccontatoci dalle donne, con al centro figure femminili atipiche, mai stereotipate, sia degno di un interesse tutto particolare. Sopratutto ora che “fuori dal recinto letterario, nella vita vera, la politica torna a parlare un linguaggio pericolosamente xenofobo” (Raffaella De Santis, “La Repubblica” del 14 giugno). A chi ha fatto la scelta per le scrittrici sarde presenti oggi, tanto di cappello. Il dibattito che è sortito tra di loro e col pubblico presente è risultato tutt’altro che pacifico, né poteva essere altrimenti, sottofondo implacabile l’idea di Sardegna che tutte e tutti imprigionava di sé, e le storie diverse di ognuno ne rendevano impossibile una narrazione totalmente condivisa, accendendo gli animi della gente a difendere posizioni inconciliabili col sentimento e la concezione del proprio io. Risultato di tutto ciò ( copio dai resoconti dell’associazione): “ la Sardegna non è un’isola, ma uno stato d’animo, un modo di essere”. Maria Antonietta Macciocu, nata a Sassari nel ’46, laureata in lettere moderne, pur vivendo a Torino dal 1974 non ha perso il suo accento sardo, liceo “Azuni” e conseguente orgoglio di provenire da un brodo di coltura che ha prodotto nel tempo storico appena passato visioni di politica “alta”, Berlinguer e soci, la porta ad una sorta di disconoscimento della Sardegna odierna, facendole intravvedere le generazioni di oggi senza radici, senza un futuro. È stato un incontro al salone del libro di Torino dove presentava il suo libro di poesie “Amore che non tocca” (Mediando editore) (A mia madre e a mia sorella, la Sardegna che mi resta, la dedica del libro) che le fu proposto di scrivere un romanzo, da qui : “Petalie”, nove mesi di scrittura da febbraio 2010, con Donatella Moreschi che si occupava della parte piemontese del libro, 150 anni di storia con 5 generazioni di donne, dal 1870 ai giorni nostri. “Sono tutte donne borghesi, devono saper leggere e scrivere”. Romanzo di genere, femminile, storico, popolare. A prefazione di “Amore che non tocca” la penna pungente di Bianca Pitzorno scrive parole che non si dimenticano: “…Un’isola sola non basta, neppure a chi ci è nato…Fuori, sul continente, tutto era grande e bello, pieno di luci, carico di promesse e di opportunità, una libertà sconfinata, niente famiglia, niente legami, niente pettegolezzi acidi di provincia…Fuori, sul continente, tutto era freddo e difficile, anonimo e indifferente…Avevi l’impressione che, se fossi caduto morto nel marciapiede, si sarebbero limitati a scavalcarti. Ma quando tornavi dopo aver assaggiato il frutto proibito, l’isola, nel bene e nel male, non ti appariva più la stessa…”.

Mariangela Dui è a Milano per la prima volta, ne è giustamente un poco spaventata anche se la trova bellissima, piena di giovani dice. Lei che è del ’59 si può dire abbia scritto un solo libro: Meledda, nel dialetto di Lula, vincitrice del “Grazia Deledda” nel 2005 (in realtà è appena uscito un suo: “Ospitare in B&B”, piccolo manuale per rendere indimenticabile il soggiorno in B&B, Book Sprint ed.). Ci racconta di come l’avesse  iniziato in italiano, anche per lei l’aver frequentato il liceo a Cagliari aveva rappresentato quasi uno stacco definitivo dalla lingua madre, da qui tutto un lavoro di ricerca filologica di modo di dire, di modi gergali, indispensabili all’economia sintattica e di scrittura del romanzo. Un po’ “separatista” Mariangela ma appunto per questo con una visione del mondo assolutamente aperta, un dramma per la madre che ha una figlia studente di giurisprudenza a Napoli ( città di cui si finisce per innamorarsi): “tornerà da continentale”. Troppo emozionata per parlare a braccio ( ma lo farà dopo) legge un testo scritto che dice dell’isola nell’isola che è la Barbagia interna di cui, al solito,  hanno scritto solo maschi. Nonostante le “Dee madri” che hanno sempre posto l’accento sulla centralità della donna sarda, perno casalingo della pastorizia transumante delle genti di barbagia. Donne che hanno dovuto subire l’industrializzazione degli anni ’70, cernitrici in miniera anche a Lula, dove nacquero i primi scioperi e i primi fermenti di sindacalizzazione. I primi moti spontanei di proteste popolari di massa, contro il maledetto progetto del poligono militare di Pratobello. “Meledda” ci parla di una Sardegna di fine ottocento, in cui il racconto orale era ancora predominante, e tutti parlavano in limba, cita Franciscu Masala: “Sa limba è sa storia de su mundu”. “Sono autonomista, penso che sia una buona cosa restituire dignità ad un popolo. Prima sono sarda. E mi stupisco che la scuola odierna nulla dica della storia dei sardi. Cosa hanno combinato gli spagnoli, i Savoia, con i loro incomprensibili dazi. Le prime dieci pagine del mio libro le ho scritte in italiano (scrivevo dalle 11 di sera alle 5 del mattino) ma non procedevo spedita, quando ho seguito il consiglio di quelli che mi hanno spronato a trasformarle in sardo è stato tutto più semplice, naturale. E in questa Meledda ho trasfuso quello che vedo nella “vera” donna sarda. C’è l’oralità che impera, l’io narrante è quello di una giovane nipote”. Tocca a Pasqualina Deriu raccontarci della sua esperienza di sarda-immigrata: “Io scrivo in italiano malgrado in casa, a Silanus dove sono nata, si parlasse in sardo. Quelle del mio paese sono note come donne dalla testa storta, insomma hanno un caratterino tutto particolare, sono ricche di perseveranza e determinazione, sono “donne contro”. Già allora, primi anni cinquanta, rifiutavano i matrimoni combinati. Facevano scandalo le ragazze di Bolotana che andavano spose a quattordici anni. Molte partivano in continente, infermiere. Pensavano al singolare. Eppure rispettose dei riti, delle feste campestri, e un forte rapporto con il magico. La sacra follia che vuol vedere il cielo tra le fessure della roccia delle janas”. Legge Pasqualina alcune delle sue liriche che parlano alternativamente di “gialle pavoncelle, color argilla la figura” e del “lamento antico al cosmo indifferente”.

Nel 2018 è uscito il suo “Le cose cadute” (la Vita Felice ed.) , sono poesie dedicate a una madre molto amata che si inabissa inesorabilmente nelle profondità dell’Alzheimer: “E devo camminare senza /lo spirito del luogo./Per ritrovarlo ho solo il bianco marmo/ le foto un po’ sbiadite/ col sole a picco che pungeva/ forte negli occhi/ tra filari di viti impazzite/.  Qualcuno chiede a Mariangela Dui come si diventa scrittrici sarde ed allora spunta come d’incanto la figura di una nonna fantastica, di Ozieri, ricca di famiglia, il padre segretario comunale, che ha potuto studiare dalle suore, per cui scriveva le lettere per tutti i militari che capitavano in paese. Sposa uno povero in canna e viene naturalmente diseredata, salva solo i suoi pennini per scrivere e un tavolino “che ho ristrutturato io”. Ha due figli che emigrano in Brasile che le scrivono regolarmente, e arrivavano a Lula quelle lettere fantastiche per via aerea dove si parlava di una terra chiamata Argentina che è più grande 50 volte la Sardegna. E un mio zio ci finì anche a fare l’agrimensore nella Terra del Fuoco. Cosa poteva immaginare una bimba di sette anni dinnanzi a tanta narrazione? Poteva solo cominciare a sognare. E ora a scrivere di quei sogni. Perché, dice la Macciocu, la memoria è importante per capire il mondo che cambia. Nel suo ultimo libro: “Tango rosso” (Golem ediz.) il mare della Liguria diventa inevitabilmente ricordo di quello di Sardegna, che ritorna nella scrittura a centri concentrici. Entra anche in “Mal’Amore No” ( Se non ora quando, Torino) dove “l’essenzialità della forma poetica riesce a offrire immagini immediate di prepotenze e sopraffazioni materiali e morali, di paure, sconfitte, rassegnazioni, disagi, incomunicabilità, falsi miti,stereotipi, speranze di liberazione e riscatto. A pag.64: Sarde: “Avevano del mare terre di nulla,/ ai balentosi maschi pascoli e piane d’oro./ Avevano le chiavi del fuoco e d’alte corti/ schive, di stirpi, onore, di silenzi e/ nenie di sangue a padri e figli spenti./ hanno sfidato pietre, e venti, ed acqua forza/ dieci, hanno passato mari sorpresi e ostili,/ e toccato cocciute suoli stranieri con/ piedi nudi e incerti./ Ora vanno nel mondo, esposte come tutte,/ a tracciare sentieri di voce ritrovata/ impastando la Storia con lacrime di sale,/ nei loro sguardi attenti e spesso austeri/ cova memoria di prigione./ Non vi dirò del dibattito finale sui vari Fois e Murgia e Niffoi, con Tonino Mulas, già presidente Fasi che interviene dicendo  di Pigliaru e Giacobbe e Satta Salvatore, Pasqualina Deriu che se lo è sposato che saranno quasi cinquant’anni, ce lo rende oggi più simpatico per la dedica che gli fa ne “Le cose cadute”: “A Tonino che ogni giorno mi portava una rosa”.

Sergio Portas

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