STORIA DI CASA NOSTRA

Serramanna, c’era una volta un gruppo di animazione musicale

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di Giovanni Contu
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Saranno passati press’a poco vent’anni; si torna con la memoria al coro liturgico nella parrocchia di San Leonardo.
Il gruppo è sempre stato sostenuto da due colonne portanti; Felice Pintus e Angelo Cincotti.
Due persone di particolare carisma, diverse esteticamente e nel carattere, accomunate da intense doti umane e dalla stessa passione per la musica, possedevano espressioni artistiche differenti ma entrambe efficaci.
Si compensavano reciprocamente.
Per anni molti serramannesi da loro hanno imparato tanto, come amici delle sette note – compreso colui che come me per primo, con la musica non ha mai avuto tanta dimestichezza – e nelle buone abitudini, ad esempio quella di riconoscere il giusto valore e apprezzare l’importanza dell’educazione musicale.
Grazie a loro, voci e strumenti animavano la messa domenicale e le festività solenni. Parroci in quegli anni, don Gianpiero Cara prima e don Giuseppe Camboni poi; tanto eccentrico ed esuberante il primo – ha avuto il merito di svegliare molte coscienze e rivitalizzare altrettanti giovani serramannesi – quanto sobrio e discreto ma affabile il secondo.
Correvano gli anni novanta, dell’altro secolo e presto sarebbe cominciato questo in corso.
Si suonava insieme, come amici. Si provava, quasi sempre in tarda sera, nel salone parrocchiale, al piano superiore.
Vi si arrivava per una scala poco illuminata. Il suono si spargeva per la piazza.
L’atmosfera era pervasa dall’inconfondibile odore di libri e di polvere, matite e cancelleria, segni evidenti della presenza di una classe del catechismo o di ragazzi impegnati in attività ricreative o di laboratorio.
Finestre spalancate in estate e d’inverno una piccola stufetta elettrica erano le due modalità con le quali si stemperava l’afa o il freddo.
In questo caso, molto spesso poteva capitare che per riscaldarsi ci si impegnasse più intensamente nel canto e nella musica.
Le luci, quelle di lampadina, erano appena sufficienti, al calar del sole.
Un armonium su cui suonare e le voci accompagnate dagli strumenti erano l’essenziale. E si imparava, parecchio.
Per gli accessori si usavano mezzi tradizionali con addosso i segni del tempo; leggio improvvisato, cartelle e partiture scritte con la penna, e nella migliore delle ipotesi, i testi dei brani con la macchina per scrivere, in fotocopia.
Con la diffusione dei computer sarebbero apparse le copie della stampante.
Ma a questo punto già si apre un altro capitolo nell’ambiente dei gruppi giovanili.
Qui ancora si usava il metronomo e il diapason. Casualmente una volta, capitò un rilevatore elettronico di frequenza per accordare la chitarra; massimo dell’applicazione tecnologica. Dei telefonini che facessero fotografie esisteva solo l’immaginazione che comunque, agli amici delle muse, da sempre, certamente non fa difetto.
Con pochi mezzi e tanta fantasia si ebbe quindi l’idea di conservare ai posteri un segno di tale felicissima esperienza e fortuna volle che del gruppo, prima di sciogliersi definitivamente, qualcuno – non abbiamo testimonianze di chi sia stato – prendesse la decisione di immortalare l’immagine attraverso questo particolare disegno. E fece bene.

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