Cultura

Shardana, popoli del mare

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Parte prima

È una parola antica che índica uno dei “pòpoli del mare”, Shardana. Si scrive proprio cosí, con la consonante “h” tra la consonante “S” e la vocale “a”. Era un pòpolo che arrivò in Sardegna migliaia d’anni fa.

Forse anche gli uòmini comuni avévano appena dato un nome alle léttere che gli permettévano di comunicare, come normalmente facévano per anni, anni ed anni i “potenti”, i “re”, i “re-sacerdoti”, la casta che scriveva per il futuro ciò che il pòpolo, forse, neppure conosceva poiché non conosceva la scrittura “ieràtica”, sacerdotale, appunto, misteriosa, a loro oscura, i segni, le línee dei  geroglífici. Forse, come tutti gli altri uòmini, anche quel pòpolo fino ad allora si era servito della scrittura pittogràfica, con la quale comunicava pensieri, precise idee. Proprio con le figure, con le immàgini.

Le léttere non le conoscévano ancora. Poi le léttere arrivàrono in mente a qualcuno. Léttere e suoni. Ogni accostamento di léttera con léttera, consonante con consonante, consonante con vocale, vocale con vocale, aveva un suono suo proprio, diverso tra genti diverse. Le cose, le bestie, gli uòmini, gli stessi pensieri prendevan forma immediata nella mente, ognuno con il proprio nome: segni e suoni. Per tanti pòpoli le léttere corrispondévano, per tanti altri, invece, i segni eran totalmente diversi. E anche i suoni delle léttere non sempre corrispondévano. L’alfabeto degli antichi Greci non era certo quello degli antichi Romani. La scrittura fenicia non era quella ugarítica, né egiziana, ecc….Tanti pòpoli, tante scritture e tanti suoni diversi. Cosí avviene anche nei nostri giorni. Spesso chi conosce l’àrabo, non conosce il russo, chi conosce il cinese non conosce il tedesco, chi conosce il sardo non conosce l’italiano e cosí via… Ma c’è anche il caso che il sardo non conosca il sardo che, ancor oggi, non sappiamo qual sia, nonostante i tentativi d’imposizione dall’alto dai nuovi re-sacerdoti della Regione Sardegna. Certamente, però, ognuno parla e qualche volta scrive la propria lingua. Ciò avviene normalmente. Oggi non è diffícile per nessuno sapere come si legge “ai” nella lingua francese, o “y” nella lingua inglese, ma credo che sia impossíbile sapere come si pronunciasse allora, nel tempo dei pòpoli del mare, nel tempo del faraone egiziano Ramsesse, il digramma“Sh” con “a”. E se qualcuno mi dicesse o scrivesse d’esser certo della sua pronuncia non gli suggerirei di metter la mano nel fuoco, come si dice. Per quanto mi riguarda, io leggo questa parola cosí scritta, Shardana, normalmente, come se fosse scritta “Sardana”, considerando la léttera “h” come è realmente, cioè “muta”, priva di pronuncia. Potrebbe beníssimo eliminarsi, come spesso avviene ed avveniva. Quante volte ci è capitato di lèggere il verbo “avere”, là dove normalmente leggiamo “ho, hai, ha, hanno”, cosí scritto: “ò, ài, à, ànno” da diversi buoni scrittori di ieri e di oggi? E quante volte abbiamo letto: “non so c’hai detto” invece di “non so ch’hai detto”? Tante volte, da quando è stato scritto l’italiano.

Il suono nel primo e nel secondo caso è sempre lo stesso, anche se, in questo, l’accostamento di “ch” con “a” o “c” con “ha” è sempre gutturale, in quello, dove l’“h” è semplicemente unita alla vocale, ha sempre suono muto. Questa consonante, infatti, quest’“h” è una léttera bizzarra proprio perché, pur chiamàndosi consonante, qualche volta non suona. Purtroppo anche scrittori moderni (meno male, pochíssimi) la snatúrano mostruosamente dàndole un suono che naturalmente non ha. Può esser capitato a qualcuno di lèggere, anche nello schermo televisivo, quello storpio “c’hai freddo sempre? Riscàldati con focus!. Oppure “Bravo, c’hai azzeccato!”, “Non c’ha detto una sola parola”, “C’ho voglia di…”, “Non c’hanno mai abitato…”, invece di scrívere “ci hai freddo… ci hai azzeccato… non ci ha detto…ci ho voglia… non ci hanno…” o semplicemente “hai freddo…, hai azzeccato…, ho voglia”… Non credo che síano ignoranti a tal punto. “C’ho, c’hai, c’ha, c’hanno”, me l’hanno insegnato nelle scuole elementari, si pronúnciano “co, cai, canno” e, in ogni caso, signíficano “che ho, che hai, che ha, che hanno”e nient’altro. Il “ci” come pronome, come avverbio, con uso pleonàstico, sempre “ci” si scrive e “ci” deve pronunciarsi. Perciò “ci ho, ci hai, ci ha, ci hanno” cosí si dovrèbbero scrívere per scrívere giustamente e può esser pleonastico e si può evitare o può significare “qui” o “lí”,”noi” o “a noi”.

Perciò cosí come “c’ho” si pronuncia “co” e non “ciò” e signífica “che ho” e non “ci ho”, anche “sha” della parola “Shardana” si pronuncia correttamente “sa” e non “scià”. È diventata parola italiana, pur mantenendo il digramma originale, trattàndosi del nome proprio di un pòpolo, che tuttavía si legge come parola italiana. Altre parole straniere si sono trasformate, addirittura perdendo le loro síllabe iniziali originali, per perméttere una lettura certa, essendo piú comuni, come “sciampo” (da “shampoo”), scià (da shāh), sciogun (da “shogun”) o aggettivi come “scespiriano” (da “shakespearian”), altre sono rimaste nella lingua d’orígine, tali e quali, come “sherry”, “shoch”, “shopping”, “show” ecc… e abbiamo perfettamente negli orecchi la loro pronuncia. Per tanti altri nomi, però, non conosciamo affatto la corretta pronuncia e li leggiamo secondo le règole dell’italiano. E diciamo Sharta, Ashara, Twrsha, Twershena, Turushpa (nome dato dagli Assiri alla capitale dell’Armenia, terra degli Urartu, il cui nome vero era Tushpa e, per i Greci,Thospia), e cosí via, perché sono topònimi che oggi sono solo nei libri e ancora, come i Shardani, altri gruppi ètnici, i Turusha, gli Akaiusha e i nomi assiri e babilonesi Shamash (re di Babilonia, figlio di Ashshurbanapla), Khallushu, re dell’Elam, l’assiro re Shamshi- Adad e cosí via… E si è sempre chiaramente pronunciato Sarta, Asara, Tuspa (Thospia, in lingua greca trasforma “sh” in “sigma”, Θόϭπια ) e ancora Samas, Assurbanipal, Samsi Adad… Perciò scriviamo pure Shardana, ma leggiamo e diciamo, in italiano, Sardana.

Efisio Cadoni

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