DIARI DI VIAGGIO

“Si viaggiare, ma responsabili: nuovi modelli e nuove strategie per lo sviluppo dei territori”

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“I viaggiatori sono quelli che lasciano le loro convinzioni (e i loro pregiudizi, ndr) a casa, i turisti no”, scrive il saggista inglese Pico Iyer. Da questa differenza ho tratto sempre spunto per riportare con me, nel cuore, le esperienze fatte durante i miei viaggi. Con questo articolo prende inizio un racconto – che durerà per qualche numero del giornale – delle mie esperienze di lunghi periodi molto intensi passati in Sardegna negli ultimi quattro anni, in particolare nella zona del Campidano e dintorni.

di Graziella Falaguasta
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Premessa: il concetto di mobilità e il significato del viaggio

 

Sono tornata a fine di luglio di quest’anno, a distanza di 10 mesi, per quello che ormai chiamo il mio cambio-casa, a Portu Maga, la frazione marina di Arbus tra le meno popolate, che mi è servita come base per le mie escursioni per conoscere meglio e più approfonditamente questa regione che amo. Infatti, come ho avuto modo di scrivere anche sui social media, per me la Sardegna non è solo mare, perché l’abbronzatura passa, mentre il resto… resta: luoghi, storie, sensazioni e, soprattutto, persone, tante, amici vecchi e nuovi e tanto altro ancora.

Vale la pena sottolineare che questo periodo storico – quello della pandemia da Covid-19 – sarà ricordato da tutti noi con grande emozione, avendo dovuto drasticamente modificare, forse per la prima volta in assoluto in 100 anni (cioè dopo la prima guerra mondiale e la famosa “spagnola” del 1918-1920) quasi totalmente il nostro modo di lavorare, di consumare, di viaggiare, di gestire le relazioni umane, insomma di vivere. La pandemia ci ha fatto comprendere – e personalmente sostengo per fortuna – tutta la nostra fragilità e precarietà, riportandoci anche a una necessaria riduzione dei consumi, dovuta moltissimo alla perdita di migliaia e migliaia di posti di lavoro, ma anche a nuove riflessioni sui modelli di sviluppo più in generale.

Non ho la pretesa di affrontare qui tutte le tematiche economiche e sociali relative all’attuale situazione, che permane e ha lasciato segni indelebili in tutta la società, ma ciò che vorrei cercare di spiegare è l’ipotesi di un modello “diverso” del viaggiare, che riguarda quindi il settore dell’accoglienza turistica anche di questa regione, così ricca di bellezze naturali e storico-culturali, quello del turismo responsabile, che avrà sempre più spazio e senso, alla luce proprio delle nuove consapevolezze acquisite.

Senza soffermarmi sulle ancora presenti difficoltà della Regione Sardegna in termini di continuità territoriale, va sottolineato che la notevole varietà di soluzioni di trasporto anche a costi bassi della nostra epoca, sia per lavoro sia per piacere, ha reso accessibile a un gran numero di persone la possibilità di aumentare la propria mobilità e di vedere/visitare luoghi che in passato potevano essere soltanto sognati o immaginati. “Il giro del mondo in 80 giorni”, di Jules Verne, del 1873, che prende spunto dalle innovazioni tecnologiche del XIX secolo che avevano aperto la possibilità di circumnavigare il mondo rapidamente, ne è stato un esempio lampante (e potrebbe essere stato ispirato dalle reali imprese di George Francis Train, che realizzò l’impresa nel 1870).

Sul mensile online per il quale collaboro stabilmente (www.caosmanagement.it) ho scritto una serie di articoli proprio sulla Sardegna, utilizzando l’occhiello “Viaggiare è conoscere”, perché ritengo che il viaggio debba rappresentare un’occasione importante e significativa per conoscere persone e situazioni reali, il tessuto umano e sociale che vive, lavora, sviluppa le proprie esistenze nelle zone che si visitano. Nel panorama degli operatori turistici, non solo a livello italiano, esistono alcune realtà che basano la preparazione dei propri itinerari su un concetto di “turismo responsabile”, che significa avere l’opportunità di incontrare nelle diverse località – in maniera strutturata e come parte del viaggio – associazioni e/o altre entità con le quali è possibile confrontarsi e con famiglie con le quali è possibile condividere anche pasti in casa (e su questo aspetto tornerò più avanti).

Ma non per tutti il senso degli spostamenti è lo stesso, ed ecco perché nelle mie analisi utilizzo una differenziazione tra viaggiatori e turisti.

Qualche dato da Bit Digital Edition 2021

La manifestazione BIT di Milano rappresenta per il settore turistico il “termometro” del settore e anche nel corso dell’edizione 2021, realizzata per la prima volta solo su piattaforma digitale, sono stati presentati i dati del 24° Rapporto sul Turismo Italiano, a cura dell’Istituto di ricerca su innovazione e servizi per lo sviluppo (Iriss) del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). I temi dell’edizione 2021 erano prevalentemente legati, inevitabilmente, agli effetti dell’emergenza sanitaria e hanno evidenziato i cambiamenti strutturali intervenuti nel settore, con particolare riferimento al ruolo dell’intelligenza turistica nel promuovere le destinazioni, soprattutto per quelle realtà in cui il marketing del territorio non è così sviluppato o è poco praticato.

Il Rapporto Istat ha evidenziato come il turismo in Italia sia, di fatto, la prima attività produttiva non strumentale del Paese, circa tre volte più grande di quanto appare, potente ma fragile. Due elementi, questi, che la pandemia ha portato allo scoperto. E in effetti il Covid-19 ha prodotto sull’intero comparto “viaggiare” ricadute inimmaginabili: secondo alcune fonti ufficiali gli arrivi internazionali dei clienti sono diminuiti del 73,1% nel 2020 rispetto all’anno prima, quando erano aumentati del 3,8%. In Italia, secondo i dati definitivi delle regioni, al tempo della BIT non ancora validati dall’Istat, gli arrivi erano calati del -56,7% (da 1341,382 milioni a 56,857 milioni) e le presenze del -51,5% (da 436,845 milioni a 211,847). Ovviamente sono diminuiti di più gli ingressi (-74,7%) e i pernottamenti (-70,1%) degli stranieri, mentre gli italiani si sono attestati rispettivamente al -55,15 di arrivi e -36,15 di presenze.

La ripresa del periodo estivo ha determinato finora il contenimento delle perdite e la voglia di normalità è stato il primo effetto della ripresa del movimento dei vacanzieri verso destinazioni conosciute, possibilmente non troppo lontane da casa, di prossimità, e, ovviamente, Covid-free. 

Turismo responsabile ed esperienziale: l’esempio del modello  tutto italiano di accoglienza dell’albergo diffuso

E nell’ambito di consistenti volumi di circolazione di persone viaggianti, si parla ormai sempre più in maniera approfondita e circostanziata di turismo esperienziale. Se ne occupano molto anche i media e i social network, perché si sono evidenziate in anni più recenti esigenze diverse – forse più di nicchia – nei viaggiatori. Una cultura del viaggio che anche noi italiani abbiamo mutuato forse dai visitatori provenienti dal nord Europa, che da sempre hanno mostrato un approccio più attento al contesto. Infatti, come emerso anche nei report di BitMilano, si evidenziano i nuovi trend sulle scelte del viaggiatore contemporaneo, che ora come non mai è alla ricerca della possibilità di vivere esperienze uniche, con esigenze e richieste nelle quali la sostenibilità diventa un valore prioritario, in particolare tra i giovani (i cosiddetti “millennials”), ma anche tra le persone più avanti con gli anni. Il mondo sta cambiando, si è passati dal concetto di massa al concetto di personalizzazione.

Come emerge da alcuni studi (Kantar Global Monitor 2019 e successivi) il viaggio rappresenta uno stile di vita, ciò significa che la possibilità di vivere varie esperienze risulta un attrattore nella scelta delle destinazioni e nella tipologia del viaggio. Il viaggio oggi diventa, inoltre, un’occasione di attenzione al sociale, da qui la scelta di destinazioni dove si possano trovare sostenibilità ambientale e supporto alle comunità locali.

Ed è in questo ambito che nascono proposte nuove e innovative, come può essere l’albergo diffuso, di cui troviamo già alcuni esempi interessanti anche in Sardegna, persino non lontano da qui (Santu Lussurgiu, per esempio). Riprendiamo dal sito dell’Associazione Italiana Alberghi Diffusi (ADI) le informazioni di base su questo tipo di formula ricettiva, il cui modello è stato messo a punto da Giancarlo Dall’Ara, docente di marketing turistico. Nati in Carnia nel 1982, all’interno di un gruppo di lavoro che aveva l’obiettivo di recuperare turisticamente case e borghi ristrutturati a seguito del terremoto degli anni ’70, si distinguono per il fatto di offrire l’opportunità di vivere un’esperienza unica, all’interno di borghi antichi colmi di storia e di cultura, in una natura incontaminata e affascinante. In Italia se ne contano attualmente un centinaio dislocati nelle varie regioni, ma si stima un potenziale di 500.

L’Albergo Diffuso si rivolge a tutte le persone interessate a soggiornare in un contesto urbano di pregio (centro storico di una città o di un paese), vivendo a stretto contatto con i residenti, più che con gli altri turisti, potendo contare su tutti i servizi alberghieri, come la colazione in camera o il servizio ristorante, ma con i comfort della normale abitazione, compresa in alcuni casi la possibilità dell’uso della cucina. Il tutto alloggiando in case e camere che distano non oltre 200 metri dallo stabile nel quale è situata la struttura principale dove si trova la struttura destinata all’accoglienza.

L’albergo diffuso è un’impresa ricettiva alberghiera a tutti gli effetti, con gestione unitaria, in grado di fornire servizi di alta classe adatti a tutti gli ospiti, creata per evitare lo svuotamento dei centri abitati e per preservare il patrimonio edilizio esistente, favorendo lo sviluppo di logiche collaborative tra i diversi operatori del comparto e il consolidamento delle reti del mondo associativo esistenti in un dato territorio. Tra  gli obiettivi di un sistema di accoglienza simile, abbinata a un’offerta di visite culturali, escursioni, attività diversificate secondo i propri gusti, c’è anche quello di integrare e fondere le diverse tipicità e singolarità di un luogo, creando per il visitatore una serie di arricchimenti ed esperienze tali da renderlo attraente il luogo, i suoi abitanti, le sue imprese e le sue attività commerciali, superando anche i concetti di stagionalità, soprattutto per località dove in genere si privilegiano il mare e le coste.

La condivisione sociale del buon cibo

Proprio in Sardegna, per la prima volta in Italia, nel febbraio 2020 era stata fatta, da un gruppo consiliare della Regione, la proposta di normare e trasformare in attività professionali i “ristoranti nelle case private”, cosa che aveva fatto storcere il naso alle associazioni di categoria che riuniscono i commercianti e i ristoratori, messe in allarme dalla possibilità di un mercato allargato, con regole diverse sotto l’aspetto fiscale e di sicurezza sanitaria.

In realtà, si tratta di prendere atto di situazioni già esistenti, e in crescita, di “condivisione sociale del buon cibo”, che in questo caso arriva dalla Sardegna, ma che è già molto attiva in altre realtà, anche del nostro paese.

La prima perplessità che le associazioni di categoria (in questo caso Confcommercio Sud Sardegna) avevano sollevato riguarda il fatto di come possa essere promosso, a livello regionale, un comparto che ancora a livello nazionale non è stato normato, e l’altra era il timore di non poter competere ad armi pari, in termini di normativa, rispetto a un concetto di professionalità e obblighi quali l’adeguatezza dei bagni, le tariffe dei rifiuti e i divieti di somministrazione degli alcolici. Contemporaneamente a queste perplessità, però, erano arrivati gli apprezzamenti dai circuiti di social eating e home restaurant più diffusi attraverso Internet, organizzati ormai in un vero e proprio sistema che si basa sull’economia condivisa (primo fra tutti, la piattaforma Home Restaurant Hotel). A sostegno di queste iniziative, sono i dati riportati da Gnammo.com, il principale portale italiano del social eating, che conta oltre 250.000 iscritti, 23.000 eventi, 8.909 cuochi in 2538 città e che ha già registrato l’interesse anche di tanti sardi: 2.300 utenti e 400 iniziative in 70 centri dell’isola.

E’ evidente che occorre prendere atto di un fatto: questi tipi di offerta, come nel caso degli alberghi diffusi e di altre soluzioni di ospitalità, si basano sempre più sulla domanda, differenziata, dei viaggiatori che, sono sempre più alla ricerca, anche di esperienze sociali più intime e autentiche. E i pasti in famiglia rientrano in questa tipologia. Interessante, comunque, osservare, che le esperienze all’estero riguardano attività che non diventano continuative, gli ospiti non devono superare un certo numero di persone (es. 6/10), trasformando quindi questi momenti in normali cene in famiglia, il tutto giocato sulla passione e sulle emozioni e sul concetto di ospitalità locale.

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