Collinas FRAMMENTI DI STORIA PAESANA

Su Messaiu e i suoi attrezzi: “Il carro a buoi”

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di Francesco Diana

Una delle figure più rappresentative della società rurale del recente passato era costituita da “Su Messaiu”, colui il quale, col proprio lavoro e con quello prevalente dei familiari, gestiva la propria azienda agricola, assicurando alla famiglia stessa un reddito capace di portare aventi una vita dignitosa. Riguardo all’ampiezza della propria azienda, quasi esclusivamente di proprietà, non poteva mancare la figura del salariato fisso (“Su Srebidori o Su Sozu”, secondo accordi rinnovati di anno in anno a decorrere dalla data successiva alla festa di San Rocco: 16 agosto), impegnato prevalentemente nella gestione del bestiame da lavoro e nella cura delle necessarie attrezzature, sempre presenti in regime di autosufficienza aziendale. La presenza del salariato fisso, inoltre, costituiva indice di particolare floridezza economica per l’azienda cui lavorava. Rapportata ai giorni nostri, la figura di “Su Messaiu” potrebbe essere assimilata a quella dell’Imprenditore Agricolo a Titolo Principale o a quella del Conduttore di un’azienda diretta coltivatrice. Alla figura del “Messaiu” veniva anche accostata quella di “Su Messaieddu”, a volte indicata in senso dispregiativo, ma nel complesso riferita a un’attività aziendale di entità più ridotta riguardo alla superficie aziendale e alla dotazione dei mezzi necessari per condurla in regime di autosufficienza.

Carro del fieno

Una delle prerogative del “Messaiu” era il possesso della casa di proprietà, che nel complesso dovesse contenere la parte prettamente abitativa, nettamente distinta da quella riservata al ricovero del bestiame da lavoro, a quello di bassa corte, allo stoccaggio dei prodotti necessari per la loro alimentazione, dai locali destinati al ricovero dei mezzi e delle attrezzature impiegate nell’attività agricola. Il possesso della casa di proprietà era condizione indispensabile per ipotizzare la costituzione di una nuova famiglia, per questo motivo uno dei primi adempimenti cui doveva far fronte il capo famiglia di quei tempi, era quello di dar corso, un poco per volta partendo dal primogenito, all’edificazione di una casa per ciascun figlio impegnato nella conduzione dell’impresa agricola familiare, casa che doveva necessariamente comprendere le strutture descritte in precedenza, con l’immancabile portone di accesso, che presupponeva la presenza di bestiame e mezzi a supporto di un’attività di un certo livello. A tal proposito si racconta che in alcune realtà rurali, all’emissario (Su paralimpiu) che solitamente andava a chiedere la mano della futura sposa per conto dell’innamorato, il potenziale suocero fosse solito chiedere non solo se il pretendente possedeva una casa in proprietà, ma se la stessa avesse un portone di accesso: “e portoni indi tenidi?”.

Davide Matzeu

Tutto ciò premesso è nostra intenzione soffermarci sulle dotazioni aziendali proprie dell’azienda di “Su Messaiu”, con particolare riguardo al principale mezzo di trasporto di cui disponeva, costituita dal “carro a buoi”, ai suoi membri e alla sua realizzazione a livello artigianale.
In ogni  comunità rurale dell’epoca non poteva mancare la figura del carpentiere: “Meistu dé carru”. Anche Collinas aveva il suo “meistu” nella persona di Davide Matzeu, per tutti “Tziu Devìdi”, coadiuvato a fine carriera da un apprendista che risponde al nome di Angelo Musa, “Angelino” per tutti i compaesani.
Sulla scorta dei tanti ricordi di gioventù e con la testimonianza di “Angelino”, cercheremo di descrivere il processo, all’epoca complesso, che portava alla realizzazione del carro a buoi.

Angelo Musa

La prima cosa riguardava l’affannosa ricerca nei boschi di un albero, preferibilmente leccio, olmo o castagno, con portamento regolare, con diametro minimo alla base di almeno 25/30 cm. e un’altezza superiore ai cinque metri. L’albero idoneo allo scopo era tagliato nel periodo invernale (nel periodo di stasi vegetativa) e, trasportato nel laboratorio artigianale, prima di lasciarlo essiccare subiva i primi trattamenti con l’impiego di un arnese particolare simile a una zappetta affilata: “Sa raminetta”, tendenti a eliminare la corteccia e le eventuali nodosità. Una volta essiccato il tronco, della lunghezza di circa cinque metri, era segato al centro in senso longitudinale, partendo dalla base, per circa i due terzi della sua lunghezza, lasciando integra la parte più sottile lunga circa mt 1,5. Che in sostanza era quelle su cui veniva innestato il giogo: “su giuali”.
Cominciava quindi la delicata fase di dilatazione delle due parti del fusto segato al centro, fino al raggiungimento della divaricazione desiderata, con l’impiego di artigianali dilatatori e dei necessari cunei; per impedire che il tronco si aprisse del tutto, veniva preventivamente sistemato un collare in ferro a circa un metro e mezzo dall’apice.
Costruita la così definita “Scaba de carru”, si passava alla fase più complessa rappresentata dalla costruzione delle ruote. Ogni ruota era costituita da elementi semisferici uniti fra loro che andavano a costituire l’intera circonferenza. Al centro veniva sistemato il mozzo: “Su buttu”, che veniva forato lungo la sua circonferenza esterna per consentire l’inserimento dei raggi che, dall’altra estremità erano assicurati ai quarti periferici prima descritti. Per una maggiore tenuta, sul perimetro esterno del mozzo veniva sistemato un fascione in ferro.
Al perimetro esterno della ruota veniva assicurato un fascione in ferro: “su lamoni”, con una procedura abbastanza complessa e faticosa: il fascione in ferro, del diametro leggermente inferiore a quello esterno della ruota, veniva arroventato e quindi inserito con forza nella circonferenza della ruota stessa, con l’accorgimento di raffreddarlo immediatamente non appena infilato per assicurare la perfetta aderenza al legno della ruota. A garanzia della tenuta, attraverso fori preventivamente praticati sul cerchio di acciaio, venivano inseriti chiodi di sicurezza: “rebronis”, a testa opportunamente ribadita fino a formare un tutt’uno col cerchio stesso.
La fase successiva prevedeva la sistemazione dell’asse in ferro su cui sistemare le ruote: “s’ascia”, assicurandola nella parte centrale della “scaba”. Alle due estremità dell’ascia veniva praticato un foro su cui inserire “sa crai”, che aveva il compito d’impedire la fuoruscita della ruota, a sua volta forata per inserirvi un chiodo curvo allo scopo di assicurarne la tenuta in presenza d’immancabili sollecitazione dovute ai frequenti sobbalzi. L’attrito della ruota sull’ascia era salvaguardato da una boccola sistemata sul mozzo che, adeguatamente lubrificata, garantiva la massima funzionalità possibile.
Sistemate le ruote si provvedeva alla realizzazione del fondo di carico: “su sterrimentu”, con l’impiego di tavoloni di  leccio oppure olivastro, di grande spessore (circa 7/8 cm.). Sul terminale della “scala” veniva sistemata una tavola di spessore più limitato, denominata “sa taba de asegus”, posto privilegiato per i ragazzini. In seguito venivano sistemate le pareti laterali del piano di carico: “is cubas”, attraverso l’inserimento dei propri robusti terminali in legno appuntito nelle apposite feritoie realizzate sul piano di carico e assicurate al telaio da un robusto ferro passante bloccato da bulloni. Sul bordo superiore esterno di “sa cuba”, generalmente sul lato destro, venivano sistemati due anelli in ferro su cui scorrevano “is odriangus”, funi collegate all’orecchio dei buoi per comandarne la direzione di marcia.
L’ultimo adempimento riguardava la sistemazione di “is fustis de anella”, ossia due grossi bastoni della lunghezza di circa due metri che venivano collegati a circa due metri dalla punta del telaio, uno per parte, attraverso due grossi bulloni con anello e che, essendo snodati, potevano essere sistemati a diverse altezze sul montante anteriore della “cuba”, a protezione del carico di diverse dimensioni.
A completamento delle attrezzature amovibili utilizzate di volta in volta per il trasporto di carichi di diversa natura, appare opportuno citare:
a) “sa carruba”, costituita da un numero variabile di pertiche verticali (da 15 a 19), collegate fra loro da due pertiche orizzontali, installate di volta in volta per il trasporto di determinati carichi voluminosi quali, ad esempio, i covoni del grano, spesso orgogliosamente sistemati sul carro con le caratteristiche “a tres coronas”;
b) “a scedra”, sorta di graticcio realizzato con pertiche flessibili di olivastro o di verbasco (cadumbu) , destinata al trasporto del letame nella versione bassa (scavuai ladami) o della paglia nella versione alta (incungiai sa palla);
c) “sa cobidina”, recipiente di legno a doghe di forma ovale utilizzato per il trasporto dell’uva.
Per ragioni di sicurezza, nel caso di trasporti molto pesanti effettuati in discese ripide, il carro veniva dotato da una sorta di freno: “sa meccanica”. Si trattava in genere di due grossi tacchi di legno rivestiti anteriormente da un grosso strato di gomma o, in certi casi, solo di un’asta munita di una piastra d’acciaio, azionati direttamente dall’uomo mediante una leva che veniva ancorata a un anello fisso posto sul telaio, al telaio mediante un gancio e una grossa catena.
Quanto esposto dedicato agli anziani per rispolverare i dolci ricordi di una gioventù comunque serena, nonostante i sacrifici imposti dalle realtà dell’epoca; ai giovani, perché conoscano più a fondo la profonda metamorfosi subita dal settore agricolo e imparino ad apprezzare, nella giusta misura, quanto la tecnologia mette attualmente a loro disposizione per alleviare il loro apprezzabile lavoro, che tuttavia impone ancora sacrificio e qualche privazione.

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