RUBRICA. DICO LA MIA

Task force: il fallimento comprovato della politica pensata

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di Fabiola Corona

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Italia, 2020: sono 15 le task force designate per affiancare il governo nella fase di ricostruzione economica e sociale del Paese. Una scelta necessaria?

Se è vero che le implicazioni economiche, nate a seguito dell’emergenza sanitaria da Covid-19, costituiscono un problema straordinario, pare naturale che gli strumenti per affrontarlo debbano essere altrettanto straordinari. Infatti, di fronte a un problema straordinario occorrono strumenti straordinari capaci di risolverlo. Fin qui tutto bene.

Cosa succede però se quanto giudicato straordinario si scopre essere ordinario e se un’equazione apparentemente perfetta sul piano della straordinarietà (problema straordinario = soluzioni straordinarie) si scopre essere niente di più che una semplice equazione elementare? In altre parole, quanto di ciò che l’Italia sta vivendo può essere definito straordinario?

Il punto è proprio questo: accorgersi che quella che viene vista come un‘emergenza straordinaria si dimostra essere in realtà una nebulosa di questioni ordinarie che la politica non è in grado di affrontare.

La questione diventa ancora più chiara se ci appropriamo per un momento della distinzione tecnica tra fase uno e fase due. Infatti, anche se fosse possibile intravedere straordinarietà in una prima fase, quella dell’emergenza sanitaria, non è altrettanto possibile parlare di straordinarietà di una seconda fase, quella del momento della ricostruzione, e questo perché nelle questioni di ricostruzione economica e sociale di uno Stato, seppur in certi momenti più complicate che in altri, non c’è niente di straordinario.

Ponendo dunque i puntini sulle “i” e rimuovendo il velo di Maya che nasconde l’ordinario con un fittizio straordinario, lo stesso velo che porta a vedere eroismo dove c’è professionalità, resta una sola e unica verità: la politica non ha più la capacità di confrontarsi con l’ordinario e, di fronte a questa sua incapacità, evoca una straordinarietà che non esiste per non mettere in discussione il proprio potere.

Così, il bisogno di 15 task force, il cui compito è quello di entrare in merito a questioni che, per amor logico, dovrebbero essere oggetto dei singoli ministeri, nasce laddove manca il coraggio a una classe politica inadeguata di fare un passo indietro.

Un fatto questo che richiama al bisogno di distinguere i politici dagli esperti, poiché appare ora evidente che i politici non sono esperti, e che quando – e se – gli esperti entrano nei meandri della politica, non si può far a meno di gridare a un’invasione di campo, come se la politica non fosse il luogo degli esperti. E tuttavia, i politici non dovrebbero già essere esperti di qualche cosa?

Se c’è qualcosa di straordinario in tutto questo non è dunque la fase di ricostruzione – che richiederebbe l’intervento di misure straordinarie – ma è la triste constatazione che la classe dirigente italiana non sia esperta di nulla, ed è qui che nasce il bisogno di gruppi di collaboratori esterni all’esecutivo che si assumano la responsabilità di qualcosa che non dovrebbe spettare ad altri se non a politici competenti. Lo straordinario che l’esecutivo vuole comunicare non nasce dall’emergenza sanitaria, ma dall’incapacità dei politici in carica di affrontare l’ordinario.

Così, la nascita delle task force finisce per essere l’ultima prova di un’incompetenza di fondo, caratterizzante della classe dirigente, faro di una democrazia che, annaspando, rivendica di essere un diritto ma che troppo spesso dimentica di essere un dovere. Dovere, prima che di serietà e diplomazia, di formazione e capacità.

E allora, le parole di Platone a proposito della virtù della sapienza, imprescindibile per i governanti, rimbombano nel vuoto lasciato da una politica pensata assente.

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