Economia & Lavoro

Villamar, Carlo Matzeu, fra i  leader della rete di cooperative locale

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di Simone Muscas

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La rete delle società cooperative presenti a Villamar rappresenta una realtà economica di rilievo. Per conoscere questo punto fermo dell’economia territoriale, abbiamo incontrato Carlo Matzeu, 61 anni, tra i suoi fondatori e principale protagonista del suo sviluppo.

Attualmente il tessuto economico locale fa leva su una serie di cooperative. Quante e quali sono?

Otto società che spaziano dal consumo, alimentare e no-food, alla sfera sociale sino ai servizi contabili e di finanziamento.

Quanti occupati lavorano per le vostre cooperative?

Al momento 85 addetti.

Quando nasce questa realtà?

Il 1° luglio del 1980: quel giorno sessanta soci fondarono la società cooperativa di consumo Villamar. Oltre alla solidarietà e alla collaborazione dei soci, la componente fortuna ebbe un certo peso.

Quel gruppo viene ricordato come intraprendente.

Sì. Tenga conto che nessuno di quei fondatori aveva esperienza pregressa nel campo commerciale e che all’epoca gli interlocutori della lega delle cooperative non credevano in quell’iniziativa. Eravamo però determinati: mettemmo in campo un forte spirito di volontà e riscatto, tipico di quella generazione nata e cresciuta dopo la guerra.

Da quell’estate di quarant’anni fa in poi è stata una crescita costante.

Venne aperto il primo punto vendita in un locale di circa cento metri quadri, nella via Azuni: il magazzino era una stanza angusta dall’altro lato della strada al negozio e le vendite venivano gestite da due soci volontari. Il primo dipendente venne assunto nell’82 nella nuova location dell’ex cinema, in via Roma. Nel 1992 acquistammo il “Giulia Market” mantenendo aperto anche il vecchio locale. Sono stati “i migliori anni della nostra vita” come dice la canzone di Renato Zero: siamo arrivati a un fatturato di quasi 5 miliardi di lire e a una redditività che ci ha consentito di fare un altro salto decisivo.

Quale?

Nel ‘99 venne aperto il nuovo centro commerciale “Il mulino”, mentre due anni dopo, finita l’esperienza Coop in Sardegna, vi fu l’adesione al marchio Conad.

Un passaggio, quest’ultimo, molto importante.

Sì, un’altra scelta vincente e fortunata. Pur mantenendo un servizio identico al precedente, è cambiata la natura del rapporto associativo. Se prima con Coop eravamo una parte del sistema associativo per cui se il singolo associato andava male aveva un “ombrello protettivo” che lo garantiva, con Conad questo smette di esistere: l’imprenditore resta “solo” e con esso si accolla tutti gli oneri e gli onori di un’attività d’impresa.

Quella scelta com’è stata vissuta dai soci fondatori?

Senza particolari strascichi: di lì a qualche anno, infatti, abbiamo aperto prima il centro commerciale a Barumini e poi quello di Sorgono.

L’avvento delle vostra società ha portato a una rivoluzione nel tessuto economico locale: un fenomeno particolare rispetto alle altre piccole realtà della Marmilla e affini.

Quarant’anni fa nel paese erano presenti tredici esercizi commerciali di tipo alimentare: si trattava di piccole realtà dove i prodotti, pur con una gamma di offerta ridotta, erano probabilmente più genuini rispetto a oggi e nelle quali si poteva acquistare anche a credito, a prezzi però insostenibili. Vi era, inoltre, qualità nella relazione fra esercente e cliente: si trattava comunque di realtà dove non vi era qualità nel servizio e la logistica non si adeguava ai cambiamenti della società. L’incapacità degli esercenti di rinnovarsi era evidente: nessuno dei loro eredi ha infatti proseguito con quelle attività; lo ritengo un classico limite del capitalismo familiare. Cercammo quindi, nella forma della cooperativa di consumo, una risposta ai bisogni crescenti dei cittadini.

Lei parla di “incapacità” imprenditoriale familiare. Le chiedo a tal proposito: secondo lei quella rivoluzione non ha “provocato” la nascita di un’economia un po’ troppo sbilanciata a favore delle cooperative del paese a discapito delle piccole aziende?

Le cooperative sono un soggetto economico che compete sul mercato alla pari degli altri, non vedo dove stia il problema. Provi ad applicare, per fare un parallelo, il suo concetto a Guasila dove non esiste un sistema cooperativo, ma con cui siamo demograficamente e storicamente simili: le pare un paese avanti al nostro in quanto a struttura commerciale e di servizi? Villamar, credo, si è “salvata” proprio grazie al sistema delle cooperative.

Eppure qualcuno sostiene, nonostante tutto, che nel paese manchino attività importanti, alcune di queste essenziali. È semplice mancanza di spirito imprenditoriale o, oggettivamente, “fare impresa” a Villamar fuori dal contesto cooperative è molto più difficile che altrove?

Mio padre diceva sempre: il lavoro porta lavoro e i pidocchi portano pidocchi. Non mi sembra che manchino gli spazi per investire, semmai è vero il contrario: questo per dirle che del lavoro delle cooperative ne hanno potuto usufruire in tanti. Mi lasci però chiarire un aspetto che si riconduce alla sua domanda, che in qualche modo dipinge una “Coop monocefala” che non lascia spazio e soffoca tutto. È vero esattamente il contrario per due aspetti: in primo luogo il patrimonio della principale cooperativa, per oltre un milione di euro, è dei suoi circa mille soci. Provi a pensare cosa significhi mettere in piedi una società cooperativa di queste dimensioni a Villamar: una realtà, glielo posso garantire, nella quale far collaborare anche solo due persone è complicato.

E in secondo luogo?

Il fatto di essere un punto di collaborazione per almeno altre 80 realtà economiche che operano nel territorio in diversi settori: sociale, turistico, edile e dei servizi. Per concludere la risposta alla sua precedente domanda: proprio in questo periodo sto collaborando per dare avvio ad alcuni di quei servizi al momento non presenti nel paese.

Carlo Matzeu

La vendita degli alimentari è solo il primo di una serie di altri investimenti.

Sì. Negli anni ‘90 abbiamo inaugurato il Play Time e gli uffici commerciali, la “Coop progresso” che gestisce l’edicola e “L’Uliveto” che ha realizzato la comunità protetta. Negli anni 2000 la “Cesercoop” che gestisce la contabilità, “Vivere insieme” che si occupa i lavoratori di altre aziende e, di recente, la “Nottedì 24 ore” società di distribuzione automatica. Dal 2017, infine, la comunità alloggio è stata trasformata in comunità protetta.

Una struttura, quest’ultima, costruita inizialmente per essere un albergo e la cui conversione ha attirato qualche polemica.

Mi limito a dire che è stato un investimento importante per il paese. È vero, ci sono stati tanti detrattori, tutti convinti che sarebbe stato un fallimento: a oggi, però, è l’attività più importante nel paese in termini di occupati con ben 25 addetti.

Divergenze e critiche, ma tanti successi. Lei ha dimostrato, numeri alla mano, di essere un buon imprenditore: come ci è riuscito?

Passione ed esperienza, 12/14 ore di lavoro per sette giorni la settimana: se ci sono altre virtù spetta agli altri riconoscerle. Aggiungo che il successo di un buon padre è far sì che i figli diventino migliori di esso e io, che ho 61 anni, mi sento impegnato a fare in modo che tutto ciò che ho contribuito a creare abbia un futuro con persone degne e migliori di me in grado di continuare il lavoro fin qui svolto.

Fra i tanti progetti, ve n’è qualcuno che non ha dato i frutti sperati?

Sì e riguarda la collaborazione con altri soggetti imprenditoriali per fare sinergia: ogni volta che ho provato a farlo ho avuto delle delusioni. Un problema serio perché anziché essere la 300esima società della Sardegna in termini di fatturato, saremmo potuti stare almeno nei primi 100 posti.

Favorevoli e detrattori: questi ultimi sostengono che i vostri successi imprenditoriali, in parte, siano frutto dell’appartenenza a una certa corrente politica.

Come soggetto imprenditoriale non apparteniamo a nessuna corrente politica. Il nostro è un modello societario di cooperazione che ha più affinità con chi politicamente si rifà a sistemi solidaristici e non a un capitalismo di tipo familistico.

Lei parla di “nessuna appartenenza politica”, eppure, nel 2001, c’è stato un fatto politico che fece discutere e che riguardò anche il vostro gruppo: mi riferisco all’ostruzionismo dell’allora amministrazione comunale di Villamar per la concessione del permesso all’apertura di un altro centro commerciale vostro antagonista nel paese. Per alcuni quell’episodio venne considerato “eccesso di zelo”, per altri invece si trattò di “normale rispetto delle regole”: per opinione diffusa quella è considerata la causa che più di tutte determinò, dopo oltre vent’anni, la caduta dell’allora maggioranza nel Comune.

Quella lettura risente del fatto che il paese era rappresentato da un bravo sindaco di lungo corso, mio fratello: quel binomio, lui e io che invece rappresentavo il maggior gruppo imprenditoriale del paese, per invidia e gelosia, disturbava. A tutto ciò aggiungo che vi furono alcuni errori personali commessi in vicende di difficile lettura da un punto di vista giuridico su problemi che, a tutt’oggi, continuano a permanere, ma che non mi interessano più. Non ho rancore verso il gestore di quel locale rimasto coinvolto nella questione: di lui ho infatti grande stima e, nonostante quel episodio, lo considero un buon imprenditore a cui va tutta la mia stima non solo professionale ma anche, contrariamente a quanto molti ritengono, umana. Le denunce penali che ne sono seguite sono state però solo frutto di infamie che non hanno turbato la mia serenità d’animo per la trasparenza con cui io, mio fratello e le altre persone coinvolte nella vicenda abbiamo sempre lavorato.

Quindi, col senno di poi, ammette che quella vicenda sia stata gestita in maniera poco accorta?

Probabilmente sì: la si sarebbe potuta gestire diversamente, da entrambe le parti. È tuttavia una storia che appartiene al passato: mi auguro che quella vicenda sia di monito per il futuro del nostro paese e che non si ripeta. Io sono a disposizione con chiunque tenga a cuore le sorti di Villamar.

Prossimi obiettivi imprenditoriali?

La ristrutturazione societaria: il “vestito giuridico” che ci portiamo addosso è ormai al capolinea. Il modello “cooperativistico” ha un senso nel sociale, ma poiché la tassazione supera quella di altre società di capitali e i vincoli imposti sono diventati troppi, è diventato anacronistico. La miglior strada da seguire dovrà essere quella di un azionariato diffuso, i cui protagonisti saranno gli attuali soci e i dipendenti.

In che modo?

La gestione dovrà essere affidata ad una struttura gerarchica che prevede un organo di amministrazione che centralizzi tutte le scelte gestionali, con responsabili delle singole unità locali e maggior responsabilizzazione di tutti i dipendenti che accederanno a un sistema premiante sulla base dei risultati ottenuti. Dobbiamo passare da un sistema anarchico dove tutti decidono e nessuno comanda a un sistema che renda chiaro agli interlocutori l’assetto proprietario e gestionale. Sia chiaro che o si cambia o il cammino si interrompe: su questo voglio essere chiaro perché si tratta di un processo di cambiamento non semplice da spiegare e neppure da gestire. Come ogni “novità” potrebbero sorgere anche divisioni e divergenze di vedute: ritengo, però, che cambiare sia vitale.

Se in questi anni, come lei dice, c’è stato un sistema più anarchico, ci si dovrà quindi attendere un gruppo dirigente che, per dirla in chiave moderna, avrà “pieni poteri”?

Auspico vi sia un gruppo che abbia poteri adeguati per garantire una gestione efficiente.

Avete in mente altri investimenti?

L’efficientamento energetico del centro di Barumini e il rinnovo dei punti vendita di Villamar e Sorgono. Quindi uno dei nostri obiettivi più ambiziosi: non posso dire più di tanto, ma stiamo lavorando per realizzare un villaggio “socio-sanitario”.

Concludiamo con?

Il passato è un segnale di direzione, non un palo dove appoggiarsi e, come diceva Roosevelt, Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni. Guardiamo avanti con alcuni punti fermi del nostro modello per fare impresa: non ci appartiene né l’idea che ognuno può fare da solo e bastare a se stesso né tantomeno il concetto di ricchezza fine a se stessa che rende l’uomo molto più solo e triste, perché spesso quella stessa ricchezza è il frutto dello sfruttamento dell’uomo e della donna su altri uomini e donne. Ci appartiene, invece, il concetto di un modello di vita dove l’uomo lavoratore è il protagonista dell’impresa, delle responsabilità e del risultato.

E in questo modello lei sarà ancora la principale figura di riferimento. Giusto?

Sì, ma spero solo per poco: giusto il tempo necessario per passare il testimone a persone ancor più valide di me.

Simone Muscas

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