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Violenza sulle donne, da Eleonora d’Arborea ai giorni nostri

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di Francesco Diana
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La preoccupante sequenza dei casi di femminicidio, nonché il proliferare delle “rivelazioni” circa i casi precedenti di violenza o tentata violenza a fini sessuali subiti da molte donne, sono stati trattati dai media in tutte le salse del mondo, per via della complessità dei problemi e per le diverse interpretazioni che ogni singolo caso ha generato. Infatti, mentre il femminicidio non ammette analisi di sorta sulle cause che l’hanno determinato, trattandosi di azione efferata senza giustificazione alcuna”, la violenza fisica o sessuale, invece, è spesso trattata attraverso l’esame delle cause che l’hanno determinata, fermo restando il principio secondo il quale, comunque, “la violenza costituisce sempre reato” e come tale da condannare!
Le discussioni in proposito derivano dall’interpretazione più o meno corretta delle leggi vigenti, specie nei riguardi della violenza di stampo sessuale, secondo le quali si compie “reato” solo quando manca il reciproco consenso delle persone coinvolte per tutta la durata del rapporto, o quando il rapporto stesso è compiuto con l’inganno o, ancora peggio, abusando dell’inferiorità fisica o psichica del partner.
Spesso si arriva a giustificare determinati atti di violenza compiuti sulle donne che invece, si ribadisce ancora, “sono sempre da condannare”, attribuendo alle donne stesse la responsabilità dell’atto, in considerazione degli approcci più o meno sconsiderati nei confronti degli uomini, spesso finalizzati al conseguimento di determinati obiettivi.
In proposito, in un’intervista rilasciata a un quotidiano, l’ex Ministra per la Funzione Pubblica, Avvocatessa Giulia Bongiorno, promotrice di “Doppia Difesa”, fondazione che assiste gratuitamente le donne vittime di violenza, chiarisce che:  «Un atto imposto è sempre violenza sessuale ma, anche, che “Prostituta” è chi si offre sfruttando la propria bellezza». Ciò che fa maggiormente discutere e che spesso porta fuori strada, infine, è l’accostamento che si fa tra il “ci ha provato” e il “tentato stupro” essendo, il primo, un atto insito nell’indole dell’uomo che la donna, pur respingendolo, apprezza come riconoscimento della propria avvenenza!
Ciò, ovviamente, con esclusione di qualsiasi forma di dipendenza di una delle parti rispetto all’altra, sia economica sia fisica o psichica! Dove andrebbe il mondo se l’uomo non tentasse e la donna non osasse accettare? A meno che non si arrivi a un ribaltamento delle posizioni, con la donna che tenta e l’uomo che, a sua volta, accetta o rifiuta!

Tutto ciò premesso, poiché i deprecabili atteggiamenti compiuti dall’uomo nei confronti delle donne hanno radici abbastanza profonde nei secoli, siamo stati assaliti dalla curiosità di approfondire le nostre conoscenze, andando a scavare in un passato abbastanza remoto, per verificare la sussistenza e la consistenza del problema in parola, la sua metamorfosi nel tempo e le misure adottate per combatterlo. Andando a ritroso nei secoli, perciò, ci siamo fermati al periodo Giudicale assumendo, non a caso, le norme contenute nella “Carta de Logu”, promulgata da Mariano IV D’Arborea, ma aggiornata e imposta proprio da una donna: Eleonora d’Arborea.

Eleonora d’Arborea

Curiosando fra le pagine dei suoi Codici, ci siamo opportunamente soffermati sui capitoli riguardanti le pene inflitte nei casi di omicidio e quelle previste nei casi di violenza sulle donne, che di seguito proponiamo:

Il Cap. III, riguardante i casi di omicidio, prevedeva che al responsabile dell’uccisione di un’altra persona deliberatamente, oltre che reo confesso, fosse tagliata la testa, senza alcuna pena pecuniaria alternativa. Nessuna pena era prevista, invece, nel caso in cui l’omicidio fosse avvenuto per legittima difesa. Lo stesso capitolo, nel caso di omicidio commesso da un gruppo di persone, delle quali solo una responsabile, prevedeva che i membri del gruppo non direttamente responsabili dell’omicidio, avrebbero dovuto presentarsi spontaneamente davanti ai Giudici per dichiarare la loro estraneità ai fatti. In caso contrario, avrebbero subito anch’essi la stessa pena del colpevole, secondo il principio latino <<agentes et consentientes pari poena puniuntur>>.

Il Cap. XXI, (De chi levarit per forza mygeri coyada) trattava i casi in cui l’uomo avesse usato  violenza nei confronti di una donna maritata, o comunque fidanzata e addirittura illibata. Il reato era punito con l’ammenda di lire cinquecento, da versare entro il quindicesimo giorno a decorrere dalla data del giudizio, pena l’amputazione di un piede. Lo stesso capitolo prevedeva, per l’uomo che avesse usato violenza nei confronti di una nubile, un’ammenda di lire duecento, con l’obbligo di prendere la donna per moglie, qualora consenziente. In caso contrario scattava l’obbligo di farla maritare con un altro uomo di suo gradimento; fallito anche questo tentativo, era costretto a subire l’amputazione di un piede. Le stesse pene erano applicate nel caso di violenze subite da una donna in stato di verginità-.

Il Cap. XXII, per l’uomo che dovesse entrare in casa di una donna maritata, senza peraltro avere con la stessa rapporto carnale, prevedeva pagamento di un’ammenda di lire cento e, non pagandola entro i fatidici quindici giorni dal giudizio, avrebbe subito l’amputazione di un’orecchia. Inoltre, nel caso in cui un uomo fosse sorpreso in casa di una donna maritata, lei consenziente, quest’ultima doveva essere frustata, scudisciata e spodestata di ogni suo avere in favore del marito. L’uomo responsabile della trasgressione era tenuto, invece, a pagare un’ammenda di lire cento, sempre entro i quindici giorni, pena l’amputazione di un’orecchia.

E ancora, nel caso in cui fosse la donna a recarsi nella casa dell’uomo (purché non prostituta), questa doveva essere frustata, mentre l’uomo avrebbe dovuto pagare un’ammenda di lire venticinque.

Il Cap. XXIII, infine, nel caso in cui un uomo avesse avuto rapporti carnali con una donna maritata, senza il consenso del marito, era tenuto a pagare un’ammenda di lire cento entro i previsti quindici giorni, pena l’amputazione di un’orecchia.

Quanto sopra lo proponiamo senza alcun commento, lasciando al lettore il compito di fare le proprie riflessioni e trarne le debite conclusioni, sia per quanto concerne le ipotesi di reato indicate nel Codice di Eleonora, sia per le pene dallo stesso inflitte, rispetto ai reati e alle relative pene, contemplati dalle norme attualmente in vigore nel nostro paese, specialmente dopo la promulgazione della Legge 19 luglio 2019, n 69, che inasprisce le pene nei casi di “Violenza sessuale”, “Stalking”, “Botte in famiglia”, “nozze forzate” e “Revenge Porn”. Tuttavia, “sdrammatizzando”, sono in molti a ritenere che, riproponendo di questi tempi le norme contenute nella Carta de Logu per i casi di violenza sulle donne, come conseguenza immediata si andrebbe incontro a un sensibile incremento delle pensioni d’invalidità per sopraggiunta menomazione fisica!

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