Serramanna STORIA LOCALE

Voglia di un ritorno alla natura

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Fin dove arriva la memoria e cronache scritte, Serramanna, è sempre stato un paese agricolo. La sua posizione in pianura e la sua terra fertile hanno permesso ai suoi abitanti di coltivare eccellenti prodotti. La campagna era la fonte di reddito della maggior parte dei suoi abitanti. C’era povertà e occorreva arrangiarsi, ma per chi aveva voglia di rimboccarsi le maniche, la parola disoccupazione non esisteva. Uomini, donne e anche bambini lavoravano insieme e in ogni stagione c’era qualcosa da fare. Si andava “a sa spiga”, “a binnennai”, “a tirai fa”, “a scoiscai”, “a marrai”,”a stegai pisurucci”, “a segai cancioffa”.

Le erbe che crescevano spontanee ed i frutti selvatici diventavano spesso un pasto a costo zero che si consumava direttamente sotto l’ombra di un albero, con un bel sottofondo di voci allegre e spesso di canti in coro. Durante il giorno c’era più gente nei campi che in paese. Le vigne producevano un’ottima uva che regalava un buonissimo vino. Quando gli agricoltori si associarono nacque la Cantina Sociale di Serramanna, la più grande di tutta l’Europa. Nel periodo della vendemmia l’odore del mosto impregnava l’aria del paese e lungo le strade non si contavano i tantissimi trattori con i rimorchi carichi di succosi grappoli che facevano la fila per entrare nel piazzale della cantina e pesare il carico. La nascita della Casar fece intensificare la coltivazione di pomodori e l’oro rosso dentro barattoli e tubetti portò altro lavoro. I buonissimi carciofi spinosi invasero il mercato conquistando il palato dei sardi, ma anche dei continentali, divenendo un prodotto apprezzato e richiestissimo fuori dall’isola: lunghissimi treni merci carichi di cassette di legno piene di verdi fiori spinosi attraversavano il campidano per raggiungere Cagliari, dove il prodotto veniva imbarcato sulle navi. In campagna c’era da fare per tutti. Le cose poi cambiarono: grossi incentivi concessi dal Governo e dalla Comunità Europea favorirono l’espianto di tantissimi vigneti.

La produzione di vino diminuì ed anche il lavoro: la cantina, orgoglio Serramannese, morì. Intanto la tecnologia correva sempre più veloce e se da una parte agevolava e semplificava il lavoro, dall’altra, toglieva occupazione, invadendo i campi che per migliaia di anni erano stati riservati alle mani e alla fatica dell’essere umano. Sul finire degli anni ’80, i giovani che per tante estati avevano raccimolato i soldi per le esigenze invernali “steghendi tammattigasa” cominciarono a restare a casa, sostituiti dalla macchina che era veloce e aveva bisogno di poca manodopera. Nuove leggi e regole dello Stato Italiano, nate per tutelare i lavoratori, nella pratica limitarono sempre di più l’opportunità di farsi “sa gerrunnada”. Molti giovani abbandonarono il lavoro dei padri, indirizzando le loro aspirazioni verso lavori che davano più prestigio e meno fatica. Fu così che la campagna lentamente si svuotò. Le voci ed i canti scomparvero lasciando il posto al rumore dei trattori, degli aratri e delle mietitrebbie.

 

Oggi qualcosa sta cambiando ed il desiderio di tornare alle radici sta riportando tante persone a coltivare i campi e riscoprire il contatto con la natura: l’orticello pieno di gramigna ereditato dal padre, il frutteto abbandonato che la mamma si è sempre rifiutata di vendere, si animano di voci e volontà di fare. Serramanna era e sarà un paese dove la Natura è la fonte principale di prosperità. Nonostante tutto, sempre.

 

Francesca Murgia

RIPRODUZIONE RISERVATA
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