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Walter Uccheddu: “Nel mio vocabolario non esiste la parola sconfitta”

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di Davide Forte

Walter Uccheddu

«Nel mio vocabolario non esiste la parola sconfitta». È l’ultima affermazione di Walter Uccheddu, ma a me piace cominciare proprio da questa per raccontare la sua storia. La storia di un ragazzo, di un uomo, di un atleta che non ha smesso mai di lottare, anche e soprattutto, davanti alle difficoltà che spesso la vita ci riserva.  «Da bambino sono andato all’asilo dalle suore, in quegli anni i miei genitori avevano un albergo-ristorante a Gonnosfanadiga. La mia infanzia la ricordo con momenti di gioia e felicità. Avevo una sorella, Stefania, che aveva un anno meno di me, siamo cresciuti insieme. Ricordo che all’asilo per il mio terzo compleanno la madre superiora, suor Clementina Appeddu, mi regalò una tartaruga che viveva nell’asilo già da diversi anni. Quella tartaruga oggi è ancora viva».
Ha una voce ferma Walter e uno sguardo fiero, che sembra infilarsi nel passato senza rinnegare niente. «Ho tanti bei ricordi della mia vita da bambino, una vita come tante altre, tra giochi, pallone e giri in bici. Tra la seconda e la terza elementare i miei genitori si separarono, ma non ne risentii». I pensieri sembrano andare oltre, fin da bambino, oltre la fine di una storia d’amore, quella tra i suoi genitori, forse perché l’amore ha continuato comunque a sentirselo intorno. «Anche dopo la separazione restammo a vivere tutti insieme, nella stessa abitazione». E di amore presto ne arrivò silenziosamente un altro.
«La bicicletta da corsa è entrata in punta di piedi nella mia vita. Era l’ottobre del 1979, quando una sera il signor Sibiriu Fortunato venne a bussare alla porta di casa e chiese a mio padre di farmi partecipare agli allenamenti con i miei coetanei». Così Walter iniziò a tastare i pedali. «Inizialmente non ne fui entusiasta, era faticoso e poi i bambini con cui mi allenavo erano già esperti, partecipavano alle gare. Durante gli allenamenti restavo sempre indietro, tuttavia non ero per niente scoraggiato. Così coll’andare del tempo». A dire il vero ci vollero solo pochi mesi «riuscii a mettermi al pari con gli altri». Da quel momento iniziò la sua vita da atleta. «Il signor Sibiriu Fortunato decise di farmi gareggiare. La mia prima gara la disputai a Pirri, era il 10 aprile del 1980, si concluse con un 4° posto». Fu un risultato inaspettato, considerato che non aveva alcuna esperienza, ma quello fu solo l’inizio.
«La mia prima vittoria, dopo tanti secondi e terzi posti, arrivò il 26 luglio 1981 a Carbonia, ma da quel giorno le vittorie si susseguirono quasi tutte le domeniche, sino a vincere ben 226 volte nell’arco di 13 anni consecutivi». Eppure un “bastone”, altrettanto silenziosamente, si infilò in mezzo ai raggi delle ruote della sua bicicletta. «La malattia era già dentro di me, in quanto ereditaria: rene policistico. Mia madre era già in dialisi e lo è ancora. Nei primi anni 90 ho dovuto abbandonare a malincuore il ciclismo». Ma la vita di Walter continuò a correre oltre. «Sinceramente questi avvenimenti non hanno pregiudicato la mia esistenza. Forse mi hanno trovato preparato, avendo visto il disagio di mia madre, o forse hanno trovato un ostacolo davanti alla tenacia del mio carattere e alla mia indole da ciclista». Il momento della dialisi arrivò senza sconti il 30 dicembre 2011. «Mi sconvolse la vita solo dal punto di vista del tempo che mi rubava durante la giornata, quattro ore per due volte a settimana, ma la mia passione per la bici mi aiutò». Infatti proprio con l’inizio della dialisi, stimolato dall’ASNET Cagliari e dal suo presidente Pino Canu, si convinse a risalire in sella. In seguito Walter riprese a gareggiare «Sia con i “normodotati” che tra i dializzati e trapiantati». Il trapianto arrivò dopo quattro anni dalla prima dialisi, il 26 agosto 2015. Walter definisce quel momento come l’inizio di una nuova vita. «Il vero traguardo di un trapianto è la momentanea sospensione della dialisi ed un ritorno ad un vita quasi normale. Sono così riuscito a vincere su entrambi i versanti e forse anche oltre. Tra i dializzati e trapiantati ho collezionato 12 titoli italiani, 4 europei e 2 record dell’ora su pista (1 tra i dializzati con 41.907 km ed uno tra i trapiantati con 43.340 km). Ho vinto, inoltre, due medaglie d’oro ai mondiali per trapiantati. Un’altra importante vittoria è arrivata fuori dalle piste: sono diventato padre, mia figlia è nata il 20 aprile 2016». Walter, inoltre, adora dilettarsi nelle danze caraibiche e nel ballo di coppia in generale. «Il mio ricordo più bello è rivolto a colui che mi ha insegnato i valori dello sport e in particolare il ciclismo: il signor Sibiriu Fortunato. Sono anche grato all’ASNET che mi ha seguito e aiutato nel processo di reinserimento nello sport». Quando chiedo a Walter di dare un consiglio agli atleti e a tutti i ragazzi che si approcciano ad uno sport ha le idee ben chiare. «Suggerisco di praticare lo sport con onestà, senza il doping. A chi si trova davanti a delle difficoltà o ad una malattia dico di affrontare ogni cosa con dignità, pensando sempre a chi è meno fortunato. Con questo atteggiamento, nello sport e nella vita, non possiamo conoscere la parola sconfitta».

 

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