La Sardegna nel Cuore

Zoe Pia: le melodie jazz delle radici culturali sarde

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Che spettacolo Zoe Pia mentre, a occhi chiusi, è curva sullo spartito che non ha bisogno di leggere visto che la musica l’ha composta lei, le launeddas che si tendono verso il secondo dei microfoni che le fanno da corte, da dove sfuggono le note stridule che vanno a fare miscela con il basso tuba di Glauco Benedetti, il piano di Roberto De Nittis e la batteria dell’altro sardo del quartetto, il cagliaritano Sebastiano Mannutza. Zoe è di Mogoro, se la ricordano ancora bambina di otto anni col suo primo clarinetto (trovato sotto l’albero di Natale, mercé i buoni uffici di babbo Marco, di suo fonico e polistrumentista) mentre segue la banda musicale del paese. Una che in famiglia hanno in casa “la stanza degli strumenti musicali” dove col fratello si va a giocare con la musica.

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A concretizzare l’innamoramento per lo strumento si va a Cagliari al Conservatorio, il diploma certifica ciò che il cuore sa da sempre, sarà la musica che darà senso compiuto alla vita che verrà. Zoe è dell’86, sedici di settembre, il mese della Vergine che, scrive Marco Pesatori nel suo “Astrologia per intellettuali” (Neri Pozza ed. 2008) rappresenta l’erudizione, come in Borges, la perfezione, in Goethe, e la logica pura dell’intelletto secondo Hegel e Adorno ( di cotanti ”compagni di stelle” faccio parte anch’io che sono del 21/9 di quarant’anni prima). Poteva rimanere in un’isola questa artista che fa della curiosità (musicale ma non solo)  criterio di scelte a fondamento di vita? No, naturalmente, ed allora a Rovigo, sempre Conservatorio, a perfezionarsi  in clarinetto solistico e musica da camera, a fine corso ancora massimo dei voti “cum laude”. La musica, capisce lì, non la vuole solo suonare ma sente l’ambizione di volerla comporre, a emanazione di quella che è, che sente, che desidera. Quindi altri anni di studi, sempre a Rovigo e la scoperta di un registro altro che il classico che la affascina: quello jazzistico.

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Esperienze subito di alto livello, col compianto Marco Tamburini, trombettista di vaglia, insieme in “Hot” di Franco Donatoni “uno dei più geniali, lucidi e sensibili compositori della seconda metà del novecento”. Il jazz, si sa, apre le porte dell’improvvisazione “colta”, fa intravvedere sentieri che schiudono scenari di culture diverse, dal fascino che è proprio di popoli “cugini” (la musica spagnola durante sei mesi di studio al Conservatorio Superior de Musica de Murcia) e di quelli più lontani (l’analisi della cultura musicale afro-americana). Quindi concerti da solista a suonare di Mozart, formazioni musicali d’insieme di musica da camera, ma anche jazz con quattro o cinque elementi o con una grande banda (big band). Vince concorsi, borse di studio che la portano all’estero (Vienna), collabora con orchestre e filarmoniche italiane ed estere, suona con il gota della musica contemporanea italiana (uno per tutti: il nostro Paolo Fresu), si esibisce in teatri di mezza Italia, in Francia, in Spagna.

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Diventa un’artista globale e per poterlo essere del tutto, come dice e scrive da sempre il bittese antropologo Bachisio Bandinu, trova nel confronto con le altre culture la sua cima, con una appartenenza seppure aperta, ma fieramente locale, sarda. In Sardegna, dice sempre Bandinu, l’identità è quasi sempre riferita al passato e questo è un punto debole del discorso antropologico sardo (torrare a su connottu). Non c’è nulla da recuperare, c’è da reinventare. E Zoe Pia reinventa. Il suo primo album lo chiama “Shardana”, questi mitici guerrieri (pirati?) che fanno parte di quei “popoli del mare” che tanto filo da torcere dettero alla più grande potenza politica del tempo che li vide scorrazzare nel Mediterraneo mare: l’Egitto dei Faraoni. Che da loro derivassero i nostri antenati costruttori di nuraghi e tombe di giganti è ancora controverso, fatto si è che c’è tutta una letteratura che li arruola nella grande categoria della “sardità”, e così li vuole leggere Zoe Pia.

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Sono le radici culturali sarde che fanno da trama al tessuto sonoro che “Shardana” esprime, in primis facendo uso di materiali eterogenei (registrazioni originali di canti sacri e suoni della Sardegna, quello che in inglese si chiama “soundscape”) e mettendo una sorta di timbro culturale “forte” con l’uso di uno strumento tradizionale inconfondibilmente sardo: le launeddas. Inserite comunque nel sistema polistrumentistico dei suoi partner. Che sono tutti musicisti con una formazione classica, Sebastian Mannutza per dire si è brillantemente diplomato in Violino al conservatorio di Cagliari e poi si è dedicato allo studio delle percussioni e ha registrato album di canzoni “popolari” con Adriano Celentano ed Eros Ramazzotti. De Nittis si diploma in pianoforte presso il Conservatorio “U. Giordano” di Foggia. Per anni pianista stabile dell’orchestra Rai. Glauco Benedetti laureato in tuba e diploma di secondo livello di jazz al Conservatorio “F.Venezze” di Rovigo. Oggi sono qui a Milano, 28 di ottobre di un sabato pomeriggio che aspetta di tirare indietro di un’ora le lancette degli orologi. Alla gloriosa Camera del Lavoro (mai ci dimenticheremo che da qui fu indetto il primo sciopero generale in Europa, dal 15 al 20 settembre del 1904: quando l’esercito del re sparò sui minatori di Buggerru) sponsor dell’avvenimento: l’associazione culturale “Secondo Maggio”. Comanda Zoe, i suoi tre vassalli sono con la camicia fuori da pantaloni comodi e scarpe da tennis, rosse quelle di Mannutza, lei veste fumè con calze sberluscenti dello stesso colore, scarpe nere con tacco rosa da almeno 12 centimetri, un corpetto colorato a lunghe frange, orecchini che paiono fatti di nidi di ragno che sfuggono dal caschetto dei capelli neri che ebano antico. Occhi sfavillanti e sorriso rubato ad una maga. Le melodie che si susseguono hanno nomi che rimandano a miti, leggende, storie che si raccontano al caldo del caminetto: per Accabadora il flauto di Zoe lascia posto alla mancosedda che stridula come una civetta portatrice di lutti, Puistéris è il villaggio prenuragico presso Mogoro dove le genti di quei tremila anni prima di Cristo (cultura di Ozieri) sfruttavano l’ossidiana che il rio Mogoro portava loro venendosene dal monte Arci. Quelli della cantina sociale ne hanno dato il nome anche ad un vino, dice Zoe, da un vitigno che praticamente si trova solo da quelle parti: il Semidano, ne porta qui un certo numero di bottiglie che alla fine vanno via in un attimo. È un Doc superiore, “profumi che si svelano in progressione, dalla ginestra, alla cera d’api all’elicrisio…” parola di enologo. Poi è “Sa dom’e s’orcu” di Siddi a ispirare le note degli strumenti: dicono ci fosse un orco che “acchiappava” bambini, insomma li rapiva direbbero i continentali.

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La “casa dell’orco” è in realtà una delle tombe dei giganti meglio conservate di Sardegna. In sottofondo , mai predominanti, ninna nanne che cantano di inveri freddi (frittu, dormidi pippia), (la signora Renata Melis di Masullas). Campanacci ritmati di mamuthones, tocchi di campane. Per “Abbardiente” riecco le launeddas nel loro splendore, a riecheggiare passi di ballo sardo. E per “Coggius” le note del piano, della tuba, del clarino, si debbono intrecciare alle laudi per la Madonna (De saludi dispensadora/ Ses de grazia plena/ De is animus in pena/ Purissima consoladora…) come cantano in quel di Pau. C’è spazio anche per Sebastiano Mannutza e il suo violino, in un sottofondo di campanelli. Poi è “Domus dejanas”, dice Zoe che sono quelle di “Luxia Arrabiosa” di Morgongiori, ad averle ispirato questo pezzo. Ed infine “Ballendu su Ballu”, con in sottofondo tenui voci di festa, Zoe che non riesce proprio a non accennare a passi di “ballu sardu” mentre il flauto che suona fa le veci dell’organetto che detta il tempo, in un assolo che si stempera lasciando che siano il piano e la batteria a fare da padroni, per poi riprendere fino ad un “climax” in cui ogni voce di strumento vorrebbe sovvertire gli altri: ed è “ballu furiosu”! Applausi che non vogliono finire più! Il bis è una festa in cui si percepiscono sino i fumi dell’alcool, con uno spazio anche per il basso tuba di Glauco benedetti e per la batteria che si prende il proscenio con un mitragliare di piatti. Il finale è corale ed indiavolato. Ci sono anni di lavoro, di ricerca sia in ambito compositivo che musicologico e storico-archeologico, per arrivare a tutto questo. Facendo sì che l’uso di materiali non convenzionali, l’inserimento di canti e registrazioni in lingua sarda, non risulti forzato, ma riesca invece a dare a tutto il lavoro un tono personale, particolare. È il jazz globale di un’artista globale, sarda. Fiera di rivendicarlo. Tre ore al giorno riservato allo strumento, che talvolta si dilatano sino a diventare anche dieci, il prezzo da pagare al “mestiere”. Che è sempre in progressione ma che sempre di più riesce ad appassionare. Zoe Pia non ha certo intenzione di dormire sugli allori, è volata via dalla Sardegna come una rondine d’autunno, sappiamo che tornerà una di queste primavere, avrà magari girato intanto mezzo mondo a suonare, ma è certo che ritornerà.

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