Attualità

Proposte utili per un possíbile rifiorimento del paese chiamato Villacidro

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Don Efis Cai e il C.C.C.C. (Comitato Cívico Civile Cittadino)
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Parte I

È necessario rispettare un paese tra i piú belli della Sardegna, la “villa di qua” per gli abitanti, cosí com’era per gli antichi Romani che vi abitàrono (Villa citra) e cosí com’era per i Bizantini, “villa di là, dall’altra parte” (Villa Thyrda) della cittadina Leni, a sud, oltre la sponda destra del torrente che ha lo stesso suo nome.
Ma Villacidro era già considerata una cittadina, una villa appunto con un giardino púbblico naturale, in pianura e in collina, una vera città, come Dante índicava la parola “Villa” quale città importante, sia nel suo Inferno, sia nel suo Purgatorio, sia nel suo Paradiso, quando incominciò a scrívere nei primi anni del XIV sècolo dopo Cristo. E, come scrisse Camillo Bellieni ne “La Sardegna e i Sardi nella civiltà dell’Alto Medio Evo”, si costruívano, diffondèndosi in ogni parte della Sardegna, “Villae e Cohortes”. Nacque Villacidro, con il suo nome, allorché giunse, in questa parte della Sardegna già anticamente abitata, l’agrònomo romano Palladio Rutilio Tauro Emiliano che non solo coltivò l’arborem citrum, ma diede molti buoni consigli per le costruzioni delle case con i mattoni crudi e, probabilmente, suggerí anche il nome della “città” campidanese, “Villa Citra”, restàndovi dal 385 al 400.
Villacidro è sempre stata una città. La chiesa di Santa Bàrbara, già intitolata a San Sisinnio di Leni fino al XVI sècolo, come scrive Alessandra Pasolini citando l’inventario della “Vísita pastorale” del Mons. Francisco Perez, ebbe il suo nome nei primi di maggio del 1577, prima parrocchiale villacidrese. Ma la chiesa nel 1414, come la maggior parte delle costruzioni, era semidistrutta e nessun villacidrese aveva una casa in buono stato. E rèsero desèrtica la “villa”. Però nel 1420 la “città da questa parte” di Leni si era ripresa con tante famiglie e con nuove ricostruzioni.
Ma la “Villa” nel 1760 aveva il Monte granàtico solo come “istituzione”, una “stanza” colma di grano e, solo nel 1798, fu completata la costruzione del Monte granàtico, riparato per anni e ancora nel 1844 e poi rovinato per anni ed anni (1981-1990) dall’intervento di un architettante, mancu de badas (neppure gratis), che invece lo “sfregiò” (come si diceva fino al 1996). Finalmente, per quanto possíbile salvato, il Monte granàtico ha ripreso in buona parte la sua bellezza grazie al geòmetra Antonio Piras e al direttore artístico architetto Efisio Corongiu.
E tra le sarde “ville”, soprattutto nel Milleottocento, Villacidro era in primo piano per un regio editto del 4 maggio del 1807 che vi istituí la Prefettura, tra le piú importanti della Sardegna (c’eran 15 residenze prefettizie) e superava anche quella di Càgliari, con 43 Comuni. Nel 1835 vi si costruí il Cimitero ideato da Gaetano Cima e venne inugurato nel 1842. Le prime distilleríe nàcquero proprio in quell’anno; e tante fúrono le òpere di importanza pràtica ed estètica, come il Lavatoio púbblico, grazie al síndaco Luigi Cogotti con deliberazione del 25 settembre del 1887 e costruito nel 1893; nel 1894 fu collocata nel centro stòrico la fontana circolare dello zampillo con pietre di trachite grigia e quattro piazzuole rientranti con le cannelle uscenti da bocche leonine di bronzo, per l’acqua potàbile; rovinata la vasca bellíssima nel 1954, con un pilastro-base centrale di cemento con una “Madonnina” in alto, che doveva sostituire la chiesetta della Mercede distrutta nel 1927, là dove fu eretta davanti alla parte destra della facciata del Convento dei Mercedàri che fu trasformato in palazzo comunale dal 1874, dopo la chiusura del Convento confiscato dal Demanio dello Stato, essendo entrata in vigore la legge che soppresse le Congregazioni e gli Òrdini religiosi, il 23 luglio 1866. La D.C. decise diversamente, deturpando l’òpera ottocentesca e offuscando quella scultoria posata sul pilastrone al centro dell’acqua sporca, ancor oggi. E cosí fino ad oggi niente di buono han fatto anche tutti gli altri amministratori. Sí!… fino ad oggi… Dal 1954, ripetiamo. Vergogna!
E, ancor peggio, tutta la cosiddetta Piazza Zampillo fu rifatta obbrobriosamente, tutt’intorno e con la stessa “vasca” quasi sotterrata, con un pavimento sopraelevato e pericoloso per chi vi cammina fra lastre rotte e con laterali sporgenze, per la forza delle sotterrànee radici delle piante che fuorièscono dalla terra, che piú d’una volta pròvocano danni ai passanti, sollevando il lastricato. E, per anni e anni, nessuno degli amministratori, fino ad oggi, si è interessato di sistemare e riportare all’orígine perfetta la vera Piazza Zampillo del 1894.

Si dovrebbe rifare la strada intorno alla definitiva ricostruzione della Piazza centrale di Villacidro, da una parte compresa tra la Chiesa Parrocchiale di Santa Bàrbara, la sede del Museo d’Arte Sacra della chiesetta di Nostra Signora del Rosario e il Monte granàtico e, dall’altra, il muraglione lungo il quale prosegue la via che vien giú dalla Piazza Marconi e s’incontra con il Viale Don Bosco, in doppio senso, con la via XX Settembre che sfocia, dalla Via Siotto Pintor e dalla Via Tuveri, a senso único, tra la casa Cogotti e la casa Secchi, e prosegue nella Via a nord-ovest della piazzetta rimessa a nuovo con lo zampillo d’acqua, per collegarsi con la Via Parrocchia, dopo aver trasferito la statua della Madonna Immacolata nel suo posto giusto, là dov’era la chiesa della Mercede, davanti al lato destro del palazzo comunale della Piazza Municipio.
Si potrà arricchire la Piazza di sedili, d’àlberi e di tanti ornamenti di fiori, di òpere d’arte e di un giusto nùmero di parcheggi ai límiti della nuova strada, dopo aver eliminato la falsa rotatoria, ma con le strisce blu; si tolga quell’inútile illeggíbile telo dal cielo del muraglione turpemente abbruttito. Contemporaneamente bisognerebbe reinserire nella fontana del 1894 tutto ciò che è opportuno ed essenziale per riportare alle sue orígini lo zampillo centrale con le quattro rientranze delle pareti circolari di trachite, fissare le teste di bronzo leonine e le chiavette dell’acqua potàbile con le cannelle uscenti dalla loro bocca e ripristinare il cordone di granito intorno alla vasca sopraelevato rispetto alla parte interna piú bassa di sola terra non cementata e alla parte esterna con il pavimento lastricato fino ai giusti límiti intorno agli àlberi liberati dal cemento e dal granito.

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