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Guspini: Gian Paolo Cancedda, “Furitto”, hobbista coltellinaio

Gian Paolo Cancedda
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di Maurizio Onidi
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È arcinoto anche ai non addetti ai lavori che la Sardegna, oltre che per straordinarie bellezze naturali, è da sempre famosa per i metalli e per la produzione di coltelli, il cui uso risale all’epoca nuragica. La zona del guspinese-arburese-gonnese lo è ancora di più, dove l’attività dei fabbri coltellinai è molto diffusa, vuoi anche per la vicinanza con le miniere di Montevecchio e non è certamente un caso, se nel “Museo del coltello” di Arbus, si trova “s’arresoia” più pesante del mondo, che nel 2011 si è guadagnato il Guinness World Record con 295 chili per 4,85 metri di lunghezza, con una lama spessa 2,25 centimetri.

Tornando indietro nel tempo, fino agli sessanta del secolo scorso, in occasione delle festività per Santa Maria, numerosi coltellinai, provenienti da Gonnosfanadiga, esponevano la produzione dei loro coltelli lungo le strade della cittadina guspinese.

Alla luce di come si è evoluta e sviluppata questa attività, pertanto, possiamo sicuramente affermare che a contendersi la notorietà sono” l’Arburesa”, chiamata anche a “foggia antica” o “gonnese”, che si presenta con lama panciuta, manico ricurvo in un unico pezzo e due fascette metalliche all’estremità e la “guspinese” o “Sa Kuspidesa” che dà il titolo all’ultimo libro pubblicato da Elio Dessì, edito da Susil. Si caratterizza per la forma un po’ panciuta, manico in corno di montone, leggermente ricurvo. È noto anche un modello senza punta, chiamato coltello del minatore, nato a seguito di una legge regia, meglio nota come legge Giolitti, varata nel 1908, su proposta dell’allora direttore della miniera di Montevecchio, al fine di scongiurarne l’utilizzo durante le manifestazioni di protesta, degli aderenti ai movimenti operaie. Legge che disciplinava la lunghezza delle lame permesse a uso personale che non doveva superare la lunghezza di quattro centimetri per quelle a punta mentre quelle senza poteva raggiungere i dieci centimetri.

«Molti coltellinai hanno seguito le orme dei loro padri, in questo campo, per me non è stato ccsì» racconta Gian Paolo Cancedda, pensionato guspinese, coltellinaio hobbista, unico maestro coltellinaio riconosciuto dalla Corporazione Italiana  Coltellinai del Medio Campidano, conosciuto nell’ambiente come “Furitto” «A cavallo degli anni ’80, ho iniziato a seguire più da vicino il mondo dei coltelli e non pensavo che un giorno quest’attività artigianale sarebbe diventato il mio mestiere, un mondo tutto da scoprire. Nel ’90 iniziai a realizzarli quasi per gioco. I primi non furono certo dei capolavori, anzi. Giorno dopo giorno, lavoravo per dare una identità ai miei manufatti, cercando di non sconvolgere molto le linee tradizionali guspinesi. Nasce così il coltellinaio “Furitto”. Nel 1998 feci la richiesta di entrare a far parte della “Corporazione Italiana Coltellinai” e quella fu la svolta della mia vita professionale. Mi convinsi sempre più che rivisitare le tecniche tradizionali avrebbe portato dei buoni risultati. Fu così che realizzando esclusivamente “Sa guspinesa”, con qualche variante sulla scelta dei materiali come ad esempio il titanio per il “collarino”, potevo dare un valore aggiunto all’oggetto realizzato. Cominciai quindi la fase di incisione dei collarini e delle lame, una tecnica ancora poco sviluppata perché richiede molta attenzione, pazienza, concentrazione e lunghe fasi di lavorazione. Nel 2000 vengo iscritto nella corporazione, dalla quale, dopo aver esaminato i miei lavori per alcuni anni, nel 2004 mi viene conferito il titolo di “Maestro coltellinaio”. Dopo 32 anni di attività, posso affermare, senza falsa modestia che il livello qualitativo delle mie realizzazioni è elevato. La conferma di quanto detto poco fa mi arriva dall’apprezzamento da parte di collezionisti e appassionati del settore anche oltre oceano che commissionano i miei coltelli. Essere considerato un bravo artigiano è per me motivo di orgoglio che mi spinge a intensificare sempre più la ricerca della perfezione. Ho partecipato a tantissime mostre e manifestazioni, in Sardegna, Corsica, Piemonte, dove ho fatto anche dimostrazione dal vivo della realizzazione di un coltello. Ancora nella penisola, a Milano per undici anni ho esposto alla mostra della “Corporazione Italiana Coltellinai”. Nella manifestazione “Arresojas” di Montevecchio, ho partecipato, oltre che come espositore anche come forgiatore del damasco, un acciaio molto particolare utilizzato per le lame, con un effetto visivo molto particolare. A riguardo, un riconoscimento particolare lo devo al maestro coltellinaio corsicano, Alexandre Musso, per il prezioso insegnamento. La coltelleria guspinese è apprezzata e conosciuta in tutto il mondo grazie anche a noi artigiani locali che con il lavoro e l’applicazione, contribuiamo a portare in giro i nostri “capolavori”, garanzia di unicità e alta professionalità artigianale.

Perché il nome “Furitto”?
«Furitto nasce nel lontano 1998, durante una battuta di caccia al cinghiale, in montagna, quando un compagno di battuta, non riuscendo a starmi al passo, mi gridò “Vai piano che sembri un furetto”. Questo nomignolo sardo/italianizzato “Furitto” è diventato il mio “marchio” di fabbrica che mi ha fatto conoscere in tutto il mondo».

Come si realizza un coltello?
«La costruzione di un coltello, richiede la perfetta conoscenza dei materiali che si decide di utilizzare. Si parte da un blocco di legno pregiato o da un corno. Si procede alla sagomatura del manico che si vuole realizzare. Successivamente si prepara il collarino o anello che, in seguito bloccherà la lama. A tale proposito c’è una ampia gamma di materiali a disposizione, dall’acciaio all’ottone e tanti altri ancora. Personalmente preferisco utilizzare il titanio perché è un materiale che non si ossida e consente di dargli svariate colorazioni. La barra d’acciaio per la lama, viene sagomata mediante sgrossatura o forgiatura. Ultimata anche la lama, si passa alla tempra e successivamente al “rinvenimento” che viene effettuato con la forgia o a forno, a una temperatura che parti dai mille gradi a salire, a seconda del tipo di acciaio che si sta utilizzando. Questa fase è la più complessa e delicata, cui fa seguito l’affilatura e il montaggio, bloccando la lama con un perno in ottone o acciaio. Le lavorazioni più complesse e articolate, possono richiedere anche quindici giorni di lavorazione, perché ogni “opera” ha una sua storia e una sua identità che la contraddistingue da tutte le altre. Un hobby che ancora oggi, a distanza di tanti anni, mi da tante soddisfazioni e mi prova delle emozioni indescrivibili».

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